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Prima di cominciare, una piccolo pensiero su questa strana e coraggiosa Mostra del Cinema. Sbarcare al Lido è sempre un tuffo al cuore, per noi significa tornare a casa, eppure quest’anno è triste vedere tante transenne, tanti posti vuoti e non percepire subito l’atmosfera frenetica e l’agitazione tipica dell’inizio di un grande festival. Siamo però felici e grati di poter tornare in sala, nel nostro elemento, e di farlo nella cornice di una città eterna come Venezia, simbolo di rinascita e di ripartenza.

Erano anni che un italiano non veniva scelto per aprire la Mostra del Cinema: è toccato al nuovo film di Daniele Luchetti, un regista che ho apprezzato molto in passato. La nostra vitagrazie a un Elio Germano mostruoso e capace di farmi emozionare con una canzone di Vasco Rossi (mai avrei pensato..), era un pugno nello stomaco ben assestato; Mio fratello è figlio unico invece puntava sulla ricostruzione dei conflitti sociali e familiari di un’Italia tumultuosa, coraggiosa e ingenua, destinata inevitabilmente alla disillusione.

Allo stesso modo Lacci è un ritratto generazionale molto preciso: sebbene l’ambientazione nella Napoli degli anni ’80 sia veramente marginale e di poco rilievo, si capisce benissimo il tipo di Italia di cui stiamo parlando. Un paese in cui persiste l’ideale di uomo forte che, senza particolare talento, riesce a fare carriera e realizzarsi, che ha il diritto di cercare piacere e godimento in ogni dove purché lo faccia di nascosto, indossando una maschera. La donna, o meglio la madre di famiglia, è relegata invece al ruolo di comprimaria, si sbatte per un lavoro precario e insoddisfacente ed è costretta a covare dentro di sé un profondo e mai soddisfatto desiderio di vendetta e di rivalsa. Che succede quando questo fragile e sbilanciato equilibrio di coppia viene incrinato dal tradimento?

Se sulla carta questa conflittualità di coppia, e le devastanti conseguenze sulla vita dei figli, è interessante e acuta, lo stesso non si può dire del risultato sul grande schermo.

Alba Rohrwacher e Luigi Lo Cascio, due grandi del nostro cinema, si impegnano a fondo per trasmettere ogni sfumatura di rabbia e di dolore, ma la teatralità dei dialoghi rende il tutto posticcio, poco reale e molto recitato: è quasi impossibile provare empatia per due personaggi che invece avrebbero grande potenziale.

Soltanto quando gli anni scorrono in avanti, e le tensioni lentamente sembrano calmarsi per trasformarsi poi in profonde ferite, emerge tutta la potenza del cinema di qualità. Mi rimane impresso uno sguardo in camera della Rohrwacher, che scende dalla macchina per assistere in disparte all’incontro tra i figli e l’ex marito: i suoi sono occhi carichi di angoscia e di apprensione, velati da una profonda voglia di leggerezza e da un sorriso abbozzato e indeciso, timido e misterioso.

Grazie a continui ribaltamenti temporali vediamo la stessa coppia ormai invecchiata, nei corpi di Laura Morante e di Silvio Orlando, decisamente più naturali e credibili. Nonostante un passato doloroso, i due sono rimasti insieme e hanno mantenuto una vita apparentemente normale, ma visibilmente infelice. La tensione e la gelosia covata per anni da lei non riesce comunque a trovare sfogo, se non in qualche punzecchiatura e provocazione; è nuovamente lui invece che può concedersi il lusso di sfogare i propri rimorsi e le insoddisfazioni (“Non mi sono mai arrabbiato” sbraita un intenso Silvio Orlando nella scena più emozionante dell’intero film).

La dimensione dei figli (interpretati ormai adulti da Adriano Giannini e un’irriconoscibile Giovanna Mezzogiorno) è purtroppo quella più penalizzata nella trasposizione dal romanzo di Starnone al film di Luchetti: il loro percorso di vita, così come le loro derive emotive e psicologiche, sono volutamente solo abbozzate fino al prorompente finale in cui, in modo forse sbrigativo ma comunque d’effetto, tutti i nodi vengono al pettine.

In conclusione: se, come il sottoscritto, siete ancora figli e non genitori, farete fatica a entrare in contatto con questi personaggi e vi rimarrà semmai qualche spunto di riflessione da tenere a mente (“In una coppia bisogna dirsi solo lo stretto indispensabile“); se siete genitori sarete facilitati, e forse riuscirete persino ad immedesimarvi nelle turbe di questa dolente famiglia italiana, che sarebbe bello relegare a un lontano passato ma che forse non è poi così lontana dalle nostre vite attuali.

 

 

 

 

#VENEZIA77: “Lacci” di Daniele Luchetti
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Laureato in Economia per Arte, Cultura e Comunicazione, ha una spiccata passione per il marketing cinematografico. Cresciuto a pane e Mostra del Cinema di Venezia, ha in Roman Polanski e Woody Allen i suoi maestri. Le Serie TV sono una passione più recente, da Mindhunter a Mr.Robot

“Louis, credo che questo sia l’inizio di una bella amicizia..”

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