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Il nuovo film di Noah Baumbach targato Netflix si intitola Storia di un matrimonio, ma in realtà racconta un divorzio: quello di Charlie, regista teatrale newyorkese, e di Nicole, prima attrice della compagnia del marito, trasferitasi da Los Angeles a New York per amore. Si apre con uno struggente doppio flusso di coscienza: voce fuori campo, prima lui e poi lei elencano i pregi dell’altro, ciò che li ha spinti a stare insieme, a sposarsi e a fare anche un figlio, ciò che li rende unici reciprocamente agli occhi dell’altro, descrivendo il sentimento profondo che li lega. Poi l’incanto si spezza, quando poco dopo ci viene svelato che ciò che abbiamo ascoltato (e visto) era solo l’esercizio suggerito da un terapeuta di coppia, cui i due si sono rivolti per gestire la loro separazione.

Storia di un matrimonio parte proprio da lì, da quelle liste piene di affetto, per raccontare quanto sia difficile, nell’amore, tenerle lì, bene in vista, e non lasciare che vengano seppellite da incomprensioni, frustrazioni e differenze.

Nella separazione, il proposito iniziale della coppia è molto politically correct: gestire il divorzio in modo ragionevole, con il disincanto intellettuale dell’upper Middle class di New York. Il distacco, però, non va in scena nella “grande mela” ma a Los Angeles, dove Nicole ha fatto ritorno per girare una serie tv, portandosi dietro il figlio, e nella città californiana, dove “c’è tanto spazio”, come viene ripetuto spesso dai personaggi del film, la situazione va presto fuori controllo.
Per tre quarti del film, Baumbach disseziona la fine di un amore raccontando in un potentissimo e agrodolce crescendo la via crucis dei due giovani, scindendo significativamente il racconto in due binari paralleli: da un lato l’interazione diretta di Charlie e Nicole è civile, sorvegliata, rispettosa, ma anche un po’ contratta, come se i due non fossero più in grado di comunicare veramente, nemmeno di esprimere la propria rabbia. Dall’altro gli avvocati a cui si rivolgono “perché si fa così” (gli strepitosi Laura Dern e Ray Liotta) vomitano progressivamente l’uno addosso all’altra quello che i due non riescono a dirsi. Episodi intimi, privati e addirittura banali vengono trasformati dai legali in capi d’accusa carichi di collera.

Baumbach sembra collocare in questa comunicazione scissa la drammatica faglia che separa i due ex amanti, che distanzia ciò che di doloroso sentono dal modo, necessariamente composto, in cui ci si aspetta che si comportino. 

L’ultima porzione del film ha inizio con una delle scene più commoventi e intense, quando i due piani si ricongiungono e i due ex coniugi, a colloquio privato, finalmente riescono a scontrarsi in modo violento e aperto. Un momento forte, denso e in qualche modo catartico, che libera l’interazione tra Nicole e Charlie da un groviglio vorticoso di non detti. Per 136 minuti che scorrono senza un solo momento di stanchezza si ride (di gusto) e si piange (tanto), in quello che, a oggi, è indubbiamente il film più maturo e riuscito della carriera di Baumbach, sceneggiatore e regista che, tra rimandi a Woody Allen e a Bergman, sfoggia una facilità e una felicità di scrittura sbalorditive, sorretto in questo dalle due eccezionali performance di Scarlett Johansson e Adam Driver, letteralmente in stato di grazia.
Sarà su Netflix a Dicembre e sarà uno dei film da non perdere di questa stagione.
#VENEZIA76: Storia di un matrimonio di Noah Baumbach
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“Louis, credo che questo sia l’inizio di una bella amicizia..”

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