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Ema, del fenomenale regista cileno Pablo Larraín è sicuramente il film più disturbante, seducente e ipnotico visto fino a questo momento alla 76esima edizione della Mostra del Cinema di Venezia. Il film ha il volto e il corpo della sua strepitosa protagonista, la 28enne Mariana di Girolamo che si candida in maniera prepotente per vincere la Coppa Volpi. Pensiamo possa però essere l’unico premio cui il film aspiri: troppo estremo e poco convenzionale per piacere a tutti i membri della giuria.

Ema è una donna dal fascino quasi alieno e Larraín dimostra sin dalle prime inquadrature di esserne attratto e ammaliato; le sequenze coreografate di danza, con una colonna sonora incredibile firmata da Nicolas Jaar, sono ipnotiche. Avrei voluto che il film proseguisse così per un’ora, anche due, come era stato per Mektoub My Love di Abdellatif Kechiche.

La costruzione del film da parte di Pablo Larraín è molto intelligente perché ci permette di compiere un vero e proprio “percorso” nella creazione di un rapporto empatico con la protagonista.

Ema e il fidanzato (l’ottimo Gael García Bernal), che è anche il coreografo che la dirige, si sono macchiati di una colpa imperdonabile agli occhi di tutti quelli che li conoscono e in primo luogo di se stessi: hanno prima adottato un bambino e subito dopo lo hanno abbandonato , incapaci di gestirne il carattere disturbato e disturbante.

Il meccanismo di crisi che si innesca tra i due, li porta a violenti litigi nella sfera privata, che si ripercuote anche nella sfera professionale, e quindi nel rapporto con la danza. Per il fidanzato il ballo è una forma d’arte elevata e il Reggaeton solo “musica da ascoltare davanti alle sbarre della prigione per non pensare di essere in prigione”. Ema invece abbandona la compagnia per cercare forme di espressione più libere e disinibite, per vivere la danza di strada come una sorta di raptus estatico cui abbandonarsi.

E la danza è solo una delle molteplici armi di seduzione che la ragazza mette in campo per ammaliare tutti i personaggi che le gravitano attorno. Le donne, in particolare, sembrano cadere ai suo piedi e il film ce lo mostra. Qui sta la bravura di un regista come Larraín, che – attraverso i dialoghi, in cui la diffidenza lascia spazio all’ammirazione per questa donna combattiva – fa della libertà un manifesto.

Quello che del film passa in secondo piano, vista la meraviglia dell’impianto scenico e visivo è, paradossalmente, lo sviluppo della trama. 

Ema sembra aver sviluppato un piano per riavvicinarsi al figlio, che si trasforma in fin dei conti in un vortice di narcisismo in cui la donna trascina le vite di tutte le persone che in maniera inconsapevole ne vengono ammaliate. Questa dimensione ribelle e quasi folle si concretizza visivamente in scene di guerrilla urbana per le strade di Valparaiso, tra lanciafiamme e gang tutte al femminile.

Come detto, però, è quasi inutile cercare un senso compiuto nella trama del film, oltre che impossibile. Meglio lasciarsi conquistare dal ritmo, dalla musica, dalla sensualità anticonvenzionale di Ema, elementi che Larraín accosta alla perfezione, nel film più inaspettato della sua carriera e di questa 76esima Mostra del Cinema.

 

 

 

 

#VENEZIA76: Ema di Pablo Larraín
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Laureato in Economia per Arte, Cultura e Comunicazione, ha una spiccata passione per il marketing cinematografico. Cresciuto a pane e Mostra del Cinema di Venezia, ha in Roman Polanski e Woody Allen i suoi maestri. Le Serie TV sono una passione più recente, da Mindhunter a Mr.Robot

“Louis, credo che questo sia l’inizio di una bella amicizia..”

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