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Sarà al cinema il 26 settembre “Ad Astra” di James Gray, film attesissimo e più volte rimandato nei mesi scorsi, che ha diviso in modo piuttosto netto i critici presenti qui al Lido.

A Venezia, Gray era già stato nel 1994, con il suo bellissimo esordio “Little Odessa”, che si era aggiudicato il premio per la miglior regia e aveva portato la coppa Volpi a Vanessa Redgrave. Da allora, la sua carriera è stata in qualche modo e inspiegabilmente sottostimata. Film come “Two Lovers”, “The Immigrant”, “I padroni della notte” o “The Lost city of Z” sono autentici gioielli, complessi, lenti e personali, che non hanno raccolto quanto avrebbero dovuto

Ora Gray torna alla Mostra del cinema di Venezia con uno sci-fi d’autore che conferma e anzi radicalizza alcuni tratti del suo cinema.

Brad Pitt veste i panni di Roy McBride, astronauta celebre per il suo autocontrollo: sotto stress, il suo ritmo cardiaco non supera mai gli 80 battiti. La glacialità di Roy, però, ha anche un lato problematico: egli è anche palesemente anaffettivo, ha, per questo motivo, un matrimonio fallito alle spalle, non ha mai voluto figli e si è sempre tenuto lontano, parole sue, da tutto ciò che avrebbe potuto distrarlo dal suo lavoro.

Inoltre, suo padre, che è stato uno dei grandi pionieri della corsa allo spazio, è disperso da 16 anni, sparito durante una missione che lo ha spinto nei pressi di Nettuno a cercare forme di vita intelligenti. Roy e suo padre hanno questo tratto in comune: il loro sguardo è perennemente puntato verso il cielo, quasi a non voler guardare, per paura, ciò che di reale li circonda. Quando si trova a decine di migliaia di chilometri dalla Terra, Roy si sente bene, insomma, perché non (si) sente più se stesso. Mentre sta lavorando alla manutenzione di un’antenna spaziale nell’esosfera, una tempesta elettrica di provenienza imperscrutabile che attraversa il sistema solare, causando danni, morti e feriti sulla Terra, lo fa cadere vertiginosamente per centinaia di chilometri.

Roy si salva, ma qualcosa di più profondo si incrina definitivamente: dall’alto delle sue certezze, il glaciale uomo delle stelle, è precipitato nell’abisso del dubbio.

Più simbolico che realistico è il viaggio che gli viene assegnato per comprendere i motivi di quella tempesta destabilizzante, la cui origine è stata individuata, guarda caso, nei pressi di Nettuno.

Le autorità suppongono si tratti proprio del padre, che non sarebbe morto ma, fuori controllo, starebbe nei pressi del pianeta più remoto del sistema solare. Come in “Cuore di tenebra” e – quindi – in “Apocalypse Now”, Roy inizia un viaggio volto a terminare un’antica missione, ma è chiaro che per Roy la rotta verso Nettuno è qualcosa di più profondo: è giunto, per lui, il momento di affrontare il trauma dell’assenza del genitore.

Proprio come l’Africa coloniale del romanzo di Conrad e la giungla di Coppola, lo spazio di Gray è tutt’altro che asettico, anzi viene fortemente “umanizzato” e rispecchia la follia distruttiva dell’uomo: la Luna, ad esempio, che non ha confini precisi, è per metà luogo di scontri e di pirati, per metà coperta da fast food e centri commerciali, mentre Marte è sede di basi sotterranee e giochi di potere. Anche Roy, come Willard di Conrad e Coppola, in questo percorso simbolico, viene rincorso dalle proprie ossessioni e dai propri traumi, tanto che Gray spinge il film deliberatamente lontano da qualsiasi forma di realismo, e lo orienta verso la dimensione simbolica e metaforica.

Accompagnato dal voice over “malickiano” di Pitt, intervallato da frammenti onirici e ricordi stranianti, caratterizzato dalla consueta, seducente lentezza dei film di Gray, “Ad Astra” è un film potente, un’esperienza, però, che si tiene ben lontana dalla pancia e appaga più intellettualmente che emotivamente, a patto, ovviamente, di concedere alla trama di sacrificare un po’ di coerenza.

#VENEZIA76: Ad Astra di James Gray
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