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Si ripresenta in concorso al 74esimo Festival di Venezia, nove anni dopo il fortunato e vincente esordio con Lebanon, il regista Samuel Maoz con Foxtrot, pellicola di difficile collocazione di genere e proprio per questo accolta in maniera contrastante da pubblico e critica.

Il film, diviso in tre atti, racconta “La danza di un uomo con il destino”, sostiene lo stesso Maoz.

Il primo capitolo è teso ad analizzare le forti emozioni – e le apprensioni – dei due abbienti genitori della società di Tel Aviv a cui viene annunciata la prematura morte del giovane figlio – appena ventenne – arruolato nell’esercito ex Haganah.

Lei (Sarah Adler) sviene sul colpo e le vengono somministrati farmaci che la rendono incosciente per le successive 5 ore. Lui (Lior Ashkenazi), uomo tutto di un pezzo ma dal passato nebuloso, si ritrova solo a dover gestire le relazioni con i familiari e l’organizzazione del funerale.

Primo atto che predilige inquadrature strette, a volte strettissime, e che indugia sulle emozioni dei personaggi (e più nello specifico) del papà, andando ad analizzare il rapporto straziante, privato, senza dubbio personale, dell’uomo con il lutto. Sembra quasi voler andare a scavare nei suoi occhi per carpirne i segreti di un passato tormentato. Passato che verrà però svelato solo nel terzo ed ultimo atto.

Il secondo atto verte più sul fantastico ed esotico, sia come scene ma soprattutto come luci e colori: siamo sul fronte, ad un checkpoint pressoché desolato, attraversato saltuariamente da automobili civili.

A fare da controllori sono quattro ragazzi molto giovani, che passano le loro giornate cercando di uccidere la noia. Dormono in un container che giorno dopo giorno sprofonda sempre più in una pozza di fango, metafora della vita dei ragazzi che profeticamente ripetono: “stiamo affondando”. La fotografia “Kusturichiana” permette a questo atto di ondeggiare tra il fantastico e il surreale, per poi però scontrarsi frontalmente con il reale.

Come preannuncia il nome del film Foxtrot – passo di danza che termina nella stessa posizione in cui si inizia – nel terzo atto si ritorna nella casa dei Feldman a Tel Aviv. Ci si sofferma sulle emozioni ragionate dei personaggi che, parlando e confrontandosi, riescono a spogliarsi di quelle barriere che negavano gli uni agli altri di conoscersi profondamente e a svelarsi per la prima volta nella loro totalità di uomini.

Seppur non con la forza imponente di Lebanon, ancora una volta Maoz riesc a colpire, per immagini e contenuti, confermandosi un ottimo conoscitore dell’animo umano.

Il suo Foxtrot riassume in tre atti i corrispondenti passaggi emotivi che pervadono l’uomo davanti ad una magnificente opera artistica: shock, estasi visivo-estetica, commozione.

Ndr: scrivere questa recensione è stato peggio che camminare su di un campo minato: a causa dei continui colpi di scena presenti durante il film, non scivolare in uno spoiler è risultato più complesso che trovare un posto libero in “sala grande” durante la prima del film di Clooney alla 74esima mostra del cinema di Venezia.

#VENEZIA 74: Foxtrot di Samuel Maoz
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Producer di professione e redattore per passione, vive con entusiasmo e curiosità tutto ciò che gravita intorno al mondo della settima arte. Amante dei festival cinematografici così come della comoda accoppiata divano-Netflix, era uno dei massimi esperti di binge watching ancor prima di sapere cosa volesse dire.

“Louis, credo che questo sia l’inizio di una bella amicizia..”

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