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IL PROCESSO AI CHICAGO 7 (Netflix): TOP [Voto 7]

Uno dei grandi favoriti nella corsa agli Oscar 2021, la seconda regia firmata da Aaron Sorkin, geniale sceneggiatore di The Social Network, Codice d’Onore e tanti altri cult.. Il suo film di debutto, Molly’s Game, soffriva di una eccessiva verbosità nella scrittura e di troppo affetto per i personaggi; decisamente più riuscito è questo classico film processuale, narrato con una scrittura corale che affronta tantissime tematiche, quasi troppe. D’altronde il Processo ai Chicago 7 – un autentico “processo farsa” avvenuto negli States nel 1968 – è una pagina oscura della storia americana, che coinvolse le associazioni studentesche, i leader delle Black Panther, gli oppositori alla guerra nel Vietnam. Sorkin sceglie un’estetica quasi da commedia pop estremamente godibile, e separa nettamente i buoni dai cattivi: i suoi protagonisti sono cool, divertenti e carismatici mentre i rappresentanti del potere confabulano e tramano alle loro spalle. Fin troppo semplicistico e manicheo? Semplicemente un classico prodotto del cinema americano. Tra gli interpreti più interessanti citiamo Sacha Baron Cohen, autentico mattatore del film con il suo atteggiamento provocatorio e carismatico da vero leader, e Eddie Redmayne (piccola digressione su di lui: mai apprezzato, nè in La Teoria del Tutto, nè nella saga di Animali Fantastici.. qui invece è credibile e calibrato, Sorkin si dimostra ottimo direttore di attori).

PALM SPRINGS (Amazon Prime Video): FLOP [Voto 5]

Ne avevo sentito parlare come di una commedia brillante e innovativa, classico prodotto targato Sundance Festival, che negli anni ha sfornato piccole perle indie, da Little Miss Sunshine a Whiplash. Non facile però aggiungere elementi nuovi a un filone di film, quelli basati su loop temporali in cui le giornate si ripetono sempre uguali, che sembra ormai piuttosto saturo. Se aggiungiamo poi che la storia d’amore tra i due protagonisti – cazzaro e disilluso lui, più riflessiva e tormentata lei – funziona bene ma non entusiasma, e che l’equilibrio del film oscilla tra gag al limite del trash e inserti quasi surreali alla Sorrentino, il risultato finale è un prodotto davvero strano. Il vero pregio di Palm Springs è quello di non prendersi sul serio, di mantenere un tono leggero e scanzonato, di non insistere troppo su chiavi di lettura metaforiche non all’altezza di questo livello di sceneggiatura, recitazione e messa in scena. Note sugli attori: Andy Samberg a perfetto agio in un ruolo che sono anni che porta avanti al SNL, Cristin Milioti è fasulla in ogni espressione facciale e, dopo aver rovinato e appesantito How I Met your Mother e Fargo stagione 2, non sembra mostrare miglioramenti.

SANPA – LUCI E TENEBRE DI SAN PATRIGNANO (Netflix): TOP [Voto 8]

In mezzo a un marasma di film di serie B con attori spagnoli e moderne soap opera tipo Bridgerton, Netflix ha il merito di finanziare progetti illuminati come Sanpa. Premessa: essendo io nato a metà anni ’90 e dunque dopo l’epoca d’oro di San Patrignano e il mito del suo creatore Vincenzo Muccioli, questa docu-serie in 5 puntate mi ha raccontato una storia che non conoscevo, se non per sommi capi. La serie sceglie una strada narrativa ibrida, alternando immagini di repertorio a interviste ad ex-ospiti della clinica, più o meno incattiviti nei confronti di San Patrignano e del suo ambizioso leader. È una narrazione totalmente immersiva e focalizzata sulla clinica stessa, quasi claustrofobica: è assente la classica voce narrante e poco viene raccontato del contesto sociale in cui si inserisce la vicenda, delle trasformazioni dell’Italia degli anni ’80 e ’90. Eppure emerge con forza il quadro di un paese spaccato, di uno Stato incapace di offrire soluzioni concrete, di famiglie disperate disposte ad accettare la soluzione più semplice, per quanto brutale e disumana possa apparire. Non intendo prendere posizione sulla figura di Muccioli, sui suoi discutibili metodi rieducativi e sulla figura quasi “divina” che gli si è cucita addosso negli anni. Gli autori della serie sono intelligenti nel non scegliere una parte, nel farci intenerire prima per l’amore autentico di Muccioli per i suoi ragazzi, e poi nell’instillarci la paura che questo sogno caritatevole possa sfociare in un’incubo di tracotanza e violenza.

FARGO – STAGIONE 4 (Sky): FLOP [Voto 6-]

La quarta stagione di Fargo segna una marcata discontinuità non solo con le tre stagioni precedenti, ma soprattutto con l’originale capolavoro partorito dai fratelli Coen. L’elemento cruciale del “microcosmo” Fargo è sempre stata la violenza, capace di germogliare come un seme velenoso nella mente di esseri umani comuni, la cui ordinaria – e spesso insignificante – vita è sconvolta dai rovinosi eventi scatenati dall’esplosione della violenza stessa. I gangster protagonisti della quarta stagione sono invece già abituati a uccidere per sete di potere e di affermazione del proprio clan. Certo è affascinante assistere alla rivalità tra gli italiani (Salvatore Esposito, con gli occhi sempre fuori dalle orbite e l’espressione bellicosa, un’ottimo Tommaso Ragno e un istrionico Jason Schwartzman) e gli afroamericani – capitanati da un inedito Chris Rock, non sempre credibile. Ma manca ciò che abbiamo amato nelle prime stagioni, il paesaggio innevato del Minnesota, i personaggi provinciali che tentano di evadere la monotonia ed evolvere nella versione più ambiziosa (e a volte peggiore) di se stessi. Rimane un buon prodotto crime, ma quasi non sembra Fargo.

PIECES OF A WOMAN (Netflix): TOP [Voto 7,5]

Il film ruota interamente intorno al tragico evento della morte di un figlio successivamente al parto: la scena viene ripresa in modo accurato, mediante un lungo piano-sequenza che la rende ancor più credibile e trascina lo spettatore all’interno della sfera intima tipica di una coppia che attende con paura e gioia la nascita di un bambino. Emerge la forma impeccabile con cui entrambi gli attori recitano: immersi nei loro personaggi, mettono in scena una sequenza di emozioni lungo un continuum che li conduce dalla tensione all’eccitazione, dalla gioia al momento della venuta al mondo alla sofferenza e al supplizio quando, in seguito ad alcune complicanze, il neonato muore. Da questo momento in poi vedremo lo sgretolamento crescente di un amore che, se inizialmente ci è sembrato saldo, porta alla luce le fragilità alla base del rapporto, mostrandoci la complessità di riconoscere e accettare le grandi diversità di una coppia caratterizzata da abitudini, temperamenti, personalità ma soprattutto origini agli antipodi. Il focus dell’attenzione è posto in particolar modo sulla protagonista femminile del film, un’incredibile Vanessa Kirby, che circondata da figure schiaccianti, come la madre il marito e la cugina, sembra sprofondare in una depressione senza via d’uscita. È così che la stessa ci sorprende verso la fine facendo affiorare un forza inaspettata prendendo, contro la volontà di chi la sostiene e le sta accanto, una decisione che coincide con la sua rinascita. [at]

L’INCREDIBILE STORIA DELL’ISOLA DELLE ROSE (Netflix): TOP [Voto 6,5]

L’ormai iconica saga di Smetto Quando Voglio era, nella mente del suo regista Sydney Sibilia, un manifesto del cinema italiano, fatto di ottimi caratteristi e un’ironia tragicomica sul nostro provinciale paese allo sbando. Con L’Isola delle Rose il regista romano strizza invece l’occhio al cinema americano, pur con una storia 100% italiana che ha dell’incredibile: l’ingegnere Giorgio Rosa, cavalcando l’onda dei movimenti del ’68, costruisce la sua isola di ferro in mezzo al mare, la dichiara stato indipendente ed entra in conflitto con il governo italiano, creando un caso internazionale. Elio Germano è bravo nel dare vita a un uomo deluso e disilluso: ricorda un pò lo Zuckerberg di The Social Network che, scaricato dalla fidanzata, nell’impeto creativo della rabbia, partoriva l’idea di Facebook. Il film non spezza mai l’equilibrio sottile della commedia satirica e tocca il suo apice nelle scene con protagonisti Zingaretti e Bentivoglio, rispettivamente il premier Leone e il suo arrogante ministro dell’interno. Non mancano i difetti: Matilda De Angelis è sfruttata male e si ha la sensazione di un ritmo calante nella seconda parte. Rimane un film godibile, anche se non indimenticabile.

IL TALENTO DEL CALABRONE (Prime Video): FLOP [Voto: 5,5]

Mi dispiace molto dover inserire tra i FLOP una produzione italiana, a maggior ragione perché si tratta di un film di genere e piuttosto inusuale per i nostri standard produttivi. Il Talento del Calabrone è un thriller claustrofobico, ambientato quasi per intero in una stazione radio di Milano, quando uno spettatore chiama la trasmissione di punta minacciando di farsi saltare in aria con un’autobomba. Negli States di film del genere ne hanno prodotti a migliaia, ma vederne uno così marcatamente italiano crea un’atmosfera piacevole. Lorenzo Richelmy, il DJ della trasmissione, restituisce bene un personaggio reso spavaldo dalla fama, ma la scena la ruba ovviamente Sergio Castellitto che, sempre chiuso in una macchina, gioca con i fili della tensione e distende/alza il ritmo a suo piacimento. Dove il film però affonda miseramente è nella sceneggiatura: molti dialoghi sono al limite del ridicolo e certamente poco realistici, e la trama si risolve in modo frettoloso e ingenuo. Anna Foglietta, che interpreta il commissario incaricato delle indagini, rischia di rovinare definitivamente il film, che però ha un’ottima chiusa finale, che conferma una regia solida e al servizio della narrazione. Rimandato, ma con meriti! 

THE UNDOING (Sky): TOP [Voto 7,5]

The Undoing si inserisce in un filone di mini-serie thriller davvero ampio ma aggiunge elementi nuovi, dando un taglio psicologico ai due protagonisti e ribaltando continuamente il punto di vista sugli eventi. Così nei primi episodi ci focalizziamo su Nicole Kidman, sul suo straniamento nel vedere la propria vita sconvolta e le certezze crollare: la regia insiste spesso sui suoi occhi, con dei primissimi piani volti a cogliere ogni incertezza nello sguardo di questa donna gelida, mai sopraffatta dall’ansia, ma annichilita. Poi ci si sposta su Hugh Grant, e comincia ad affiorare l’affanno di un uomo braccato e lacerato dagli sguardi esterni e interni alla sua famiglia. Veniamo alle interpretazioni attoriali. La Kidman, all’opposto di Big Little Lies, ha un ruolo passivo e in continua “regressione” familiare e professionale, è una donna un po’ viziata e abituata alla sicurezza di una vita rassicurante, al punto di non essersi accorta dell’inautenticità in cui ha vissuto per preservare la sua realtà perfetta. Fatica a ritagliarsi un ruolo di rilievo, circondata da figure maschili dominanti, da un marito accentratore e da un padre ingombrante. Che attrice fenomenale. Hugh Grant regge bene un ruolo per lui inedito, quello di un uomo che tende all’onnipotenza, stimato professionista e padre esemplare, abituato all’adorazione. Ottimi anche i ruoli secondari, a partire da Matilda de Angelis che buca lo schermo nonostante il poco minutaggio a disposizione, per arrivare alla leggenda Donald Sutherland e al giovanissimo Noah Jupe, forse l’attore 15enne più promettente della sua generazione. SPOILER ALERT! La vera pecca di The Undoing, che lascia un senso di amarezza dopo gli splendidi primi episodi, è la conclusione della vicenda. Hugh Grant è il classico psicopatico, manipolatore e incapace di provare rimorso o tristezza. Non ha però la mimica facciale adatta a fare le smorfie da pazzo in macchina, è davvero poco credibile, la scena finale sul ponte sembra un film action di serie B degli anni ’90. Tutto avviene troppo rapidamente.

Top&Flop: Film e Serie TV visti a Gennaio 2021
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Laureato in Economia per Arte, Cultura e Comunicazione, ha una spiccata passione per il marketing cinematografico. Cresciuto a pane e Mostra del Cinema di Venezia, ha in Roman Polanski e Woody Allen i suoi maestri. Le Serie TV sono una passione più recente, da Mindhunter a Mr.Robot