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A chi si aspetta di fare il pieno di risate, come con lo strepitoso Quo Vado, prego astenersi dalle sale!
So che è un po’ tardi per questo consiglio (già più di tre milioni di italiani lo hanno visto) ma vorrei evitare i tanti inutili borbottii che ho sentito all’uscita.
Il film non fa ridere come il precedente ma è bello, sottile e pieno di trovate coraggiose.
E poi, ed è il suo grande pregio, rischia di contribuire più sul tema dei migranti e dell’integrazione che centinaia di ore di talk televisivi e messaggi presidenziali di fine anno.

Certo che la sfida per Zalone stesso e per Taodue, che produce il film, era difficile.

Riproporsi in una nuova pellicola come comico che fa ridere – ma molto ridere – dopo aver alzato l’asticella del botteghino e dell’attesa (straordinaria l’operazione di marketing legata al video musicale sull’immigrato in città) a livelli altissimi era veramente arduo.
Ma non c’è che dire: Tolo Tolo ha vinto la sfida a pieni voti.

La storia è semplice e avrebbe potuto reggere da sola un film esclusivamente comico.
Checco, questa volta “nato per sognare” (e non più per “il posto fisso”), lo fa in grande aprendo il primo ristorante di sushi nel suo piccolo paese delle Murge.
Il successo dura la sera dell’inaugurazione (esilarante la scena degli anziani del paese che seguono il nastro che fa girare i piatti senza prenderli come fosse una giostra), ma poi il pignoramento, i debiti col fisco e le banche mettono in ginocchio lui e la sua famiglia allargata che aveva partecipato all’investimento.

Checco così scappa in Africa per sfuggire ai creditori e alle ire della sua famiglia.
Trova lavoro in un resort ma dopo poco, a causa di un attacco dell’Isis (“sempre meglio di mia moglie!” dice sotto il bombardamento) è costretto a fuggire iniziando una marcia a ritroso per tornare in Europa insieme a tanti immigrati.
Il viaggio, con i suoi incontri, le sue difficoltà, i gesti di altruismo e le meschinità, fino all’arrivo in continente, è il cuore del film e ciò che lo rende diverso da quello che sarebbe potuto essere se avesse solo raccontato le peripezie di questa rotta della speranza.

Il film è quindi ricco di spunti che fanno riflettere

L’italiano tipo di Zalone, che in “Quo vado” raccontava l’Italia vista dalla Norvegia, questa volta lo fa dall’Africa.
Sono gli italiani del resort, pronti a parlare male del proprio paese dopo non aver pagato le tasse o corrotto qualcuno. Zalone si crede superiore ai suoi compagni di fuga, salvo via via scopre che molti sono migliori di lui, e quindi di noi.
Questa “analisi”, oltre a divertire in modo intelligente, capovolge il punto di vista su un fenomeno epocale.

Semplice è guardare i migranti dalle nostre case comode, pensando che ci portino via il lavoro e portino delinquenza. In realtà sono persone che scappano dalle guerre e dalla fame.
Sono sicuramente poveri, deboli, in una parola “umani”; alcuni più preparati di noi, tutti certamente più altruisti.

Zalone come dicevo, pur scegliendo una storia “impegnata” (è evidente la presenza di Paolo Virzì come co-sceneggiatore) non rinuncia all’ironia. Le battute ci sono e sono forti e godibili, anche se quasi tutte con un fondo di amarezza che non impedisce di apprezzarle.
Imperdibili i tre siparietti stile musical in cui coinvolge i suoi compagni di sventura in ballate coinvolgenti in cui dimostra le sue innate capacità canore.

Per non parlare del momento della “lotteria” per distribuire i profughi nei diversi paesi europei, raccontata con un misto fra La ruota della fortuna e Giochi senza frontiere.
Ciliegina sulla torta e colpo di genio la sorpresa finale: un musical a cartoni sull’Africa consolatoria proposto sempre dalla Disney.

Un gran bel film quindi. Di grande coraggio e l’opposto della strada più facile.

Ma non come Paolo Genovese, che dopo il successo di “Perfetti Sconosciuti”, potendo chiedere qualsiasi cosa al suo produttore, si avventura nell’improbabile storia di “The place”.
Qui c’è una scelta alla Benigni, che dopo una ventina di film più o meno tutti comici si avventura sul tema dell’olocausto confezionando un capolavoro come “La vita è bella”.
(Sia chiaro non sto facendo un paragone fra due film imparagonabili, ma fra il coraggio di entrambi e sull’efficacia della chiave ironica per spiegare temi seri assolutamente, si!).
Un film importante insomma. Un film da vedere e da far vedere nelle scuole.

Complimenti Checco! E ora ti aspettiamo fra qualche anno per la prossima sfida … e sfido chiunque a scommettere su quale strada sceglierai.

TOLO TOLO: UN FILM CHE FA RIDERE?
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Pubblicitario per professione e abbonato “da sempre in prima fila” alla poltrona per cinema e TV. Da 40 anni divora ogni cosa di celluloide e ha eletto Lost come serie della vita. Parafrasando Parenthood: per lui quando si spegne la luce in sala o a casa “Tutto può succedere!”

“Louis, credo che questo sia l’inizio di una bella amicizia..”

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