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I fratelli Dick e Mac McDonald aprono un omonimo ristorante specializzato in hamburger a San Bernardino, in California.
È il 1940 e i due fratelli ancora non sanno di aver inventato il fast food, che avrebbe rivoluzionato la ristorazione prima americana e poi mondiale.
Il successo del marchio si deve però a un altro uomo, Ray Kroc, un imprenditore spietato e senza scrupoli, devoto alle logiche capitalistiche e al mito del sogno americano.
Il brand più celebre del mondo, il simbolo della globalizzazione, è frutto di una truffa.

Eroe o anti-eroe?

L’elemento più sorprendente e intrigante del film di Hancock è la mancanza di una presa di posizione netta nei confronti del suo protagonista e di ciò che rappresenta.
La sospensione del giudizio condiziona inevitabilmente anche il pubblico nella creazione di un rapporto empatico con Kroc, personaggio ambiguo e in definitiva impossibile da apprezzare.
Si pensi invece a un film come The Social Network, su un’altra grande figura imprenditoriale della moderna storia americana. David Fincher, nella splendida scena finale, ci indica chiaramente il suo punto di vista: Zuckerberg in fondo è un perdente, i soldi di Facebook hanno trasformato la sua vita solo nelle apparenze e non nella sostanza.
A uno sguardo superficiale sembrerebbe invece che Hancock si limiti a osservare dall’esterno la scalata sociale di Kroc, come un qualunque spettatore. In narrativa si parlerebbe di focalizzazione esterna. Una vicenda come questa avrebbe invece il potenziale cinematografico per una messa in scena da Blockbuster, sia a livello stilistico sia nelle scelte narrative.
Hancock sceglie però una narrazione tradizionale e lineare e una fotografia dai toni freddi che costringe a un inconscio distacco emotivo dalle peripezie del protagonista.
Questa freddezza induce forse a rimanere affascinati dalle azioni di Kroc ma non ad ammirarle, ed è proprio questa la carta vincente del film.

I due volti del capitalismo

Impossibile non dire che Michael Keaton è l’anima e soprattutto il corpo del film.
Ray Kroc è un volto a prima vista simpatico, leggermente nevrotico e devastato dai continui insuccessi di una fallimentare carriera da venditore. È un perdente che non ha smesso di credere in certi valori, che per rilassarsi ascolta vinili sulla motivazione e sulla perseveranza.
Paradossale che Kroc, artefice del successo della catena McDonald’s, non abbia, di fatto, inventato nulla, perché le poche idee non rubate ai fondatori gli sono state suggerite da altri.
Ed è proprio la totale mancanza di scrupoli a essere uno dei tratti fondamentali dell’ideologia capitalistica, per cui non importa avere talento o essere creativi, bensì cogliere le occasioni al momento giusto.
Tema fondamentale di The Founder è la contrapposizione tra due categorie di americani, due facce della stessa medaglia. Da un lato ci sono i fratelli McDonald, ancora legati alle tradizioni e ai simboli di un’America in via di estinzione, che tramanda i propri valori di padre in figlio. Piccoli imprenditori, ancora fortemente condizionati dalla crisi del ’29, vedono in McDonald’s il coronamento dei propri sogni ma non un’occasione di espansione finanziaria.
Dall’altro Ray Kroc, che s’ispira al taylorismo e che non ha paura di abbassare gli standard qualitativi o l’efficacia dei prodotti se ciò comporta un ritorno economico soddisfacente. Disposto a vendere qualsiasi cosa, come il Jordan Belfort di The Wolf of Wall Street, Ray vede nell’espansione della catena l’opportunità per diventare realmente un uomo da copertina, un simbolo del boom economico a stelle e strisce.

Una nuova era

Pur mettendo in scena eventi che risalgono a oltre sessant’anni fa, il film di Hancock è quanto mai attuale. Che si voglia ammetterlo o no, gli USA sono in procinto di entrare in una nuova e quanto mai incerta fase della loro storia politica. La spaccatura sociale che le recenti elezioni hanno messo in luce è un territorio torbido ancora tutto da esplorare e nasconde un malessere per larghi tratti ancora implicito. La conseguenza più naturale, soprattutto in un ambito come il cinema che da sempre fa da efficace controcampo alle vicende storico-politiche statunitensi, è quella di riavvolgere il nastro, di guardare al passato per capire che cosa possa essere andato storto.
Hancock aveva già dimostrato grande capacità di lettura della storia americana in Saving Mr. Banks ma si spinge qui in un’analisi ancor più interessante. Non si tratta – come detto – di un attacco diretto al capitalismo sfrenato, come avrebbe fatto Michael Moore, ma del ritratto di un paese in una fase di profonda trasformazione e dunque di grande vulnerabilità.
L’attesa di un film, o magari una nuova generazione di registi, in grado di indagare le cause che hanno portato Donald Trump a succedere a Barack Obama è spasmodica. Il sistema dei media in toto è uscito con le ossa rotte dalle recenti elezioni, per la palese e totale incapacità di leggere un fenomeno di protesta sociale di tale portata. Il talento nell’analizzare con lucidità i mutamenti del proprio paese è sempre stato un vanto dei cineasti della New Hollywood, da Scorsese a Woody Allen. Oggi tuttavia, nell’era del rilancio dei Blockbuster e del trionfo dei cine-comics, sono in pochi ad avere la possibilità e l’autonomia autoriale per toccare temi così delicati. E di quei pochi, rimaniamo in paziente attesa.
The Founder gurda in questa direzione. Forse non avrà la cattiveria e il piglio per rimanere impresso nella storia dei biopic, ma ha dalla sua l’interessante capacità di insinuarsi nelle pieghe della storia, mantenendo un’ambiguità nello sguardo che spinge a una riflessione autonoma e approfondita.
E se non dai i temi trattati, lasciamoci sedurre dal ghigno del poliedrico Michael Keaton, rilanciato da Birdman e sempre più consapevole dei propri mezzi.

“The Founder” di John Lee Hancock
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Laureato in Economia per Arte, Cultura e Comunicazione, ha una spiccata passione per il marketing cinematografico. Cresciuto a pane e Mostra del Cinema di Venezia, ha in Roman Polanski e Woody Allen i suoi maestri. Le Serie TV sono una passione più recente, da Mindhunter a Mr.Robot

“Louis, credo che questo sia l’inizio di una bella amicizia..”

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