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8 Marzo 1983. A Orlando, davanti ai membri della National Association of Evangelicals, Ronald Reagan apre un’escalation che nel giro di pochi mesi porterà il mondo molto vicino all’apocalisse nucleare: il presidente americano pronuncia il famoso discorso dell’impero del male, di fatto cancellando ogni tentativo di distensione con l’URSS abbozzato negli anni precedenti e sostanzialmente delegittimando la stessa esistenza dell’Unione Sovietica. Seguiranno annunci di guerre stellari, esercitazioni da entrambe le parti per mostrare i muscoli, aerei civili di linea abbattuti “per errore”, in un susseguirsi di tensioni e di angoscia che terranno il mondo con il fiato sospeso. Il 1983, quindi è l’anno simbolo di un decennio, di un Weltgeist che in Occidente è segnato dall’edonismo reaganiano, dall’idea della Grande America e da una ricerca del piacere sfrenata e quasi superegoicamente normata da un sistema che costringe al godimento del presente per impedire una comprensione più profonda del reale.

Stranger Things, hit estiva di Netflix firmata dai semisconosciuti Duffer Brothers – due gemelli nerd della Carolina del Nord, che nel loro pedigree hanno solo qualche episodio dell’altalenante Wayward Pines – è ambientato proprio nel 1983, nell’Indiana, nel paesino immaginario di Hawkins, simbolo e paradigma della provincia americana, quella provincia che fu baluardo e roccaforte del conservatorismo reaganiano. Qui, Will, un ragazzino di dieci anni, scompare inspiegabilmente. La piccola comunità, abituata ad una routine stabile e depurata da ogni imprevisto tragico, è sconvolta, ma è solo l’inizio: altre persone spariscono, un misterioso mostro senza volto viene avvistato nei boschi e una ragazzina dall’aspetto piuttosto stravagante fa la sua apparizione, accolta dal gruppo di amici nerd di Will e inseguita da un inquietante team di ricercatori governativi guidati dal dottor Brenner.

Ripensiamo per un attimo alla sequenza iniziale di Velluto blu di David Lynch, quella in cui, dopo averci mostrato la stolida perfezione della provincia americana, Lynch improvvisamente “guarda” così da vicino il bel praticello innaffiato davanti alla villa da rivelare il suo substrato nascosto, orribile e inquietante, gli insetti ammassati l’uno sull’altro immersi nella terra. Stranger Things, senza fare nulla di originale, guarda all’America di provincia degli anni ’80 ribadendo questo tipo di prospettiva lynchana, mostrando cioè come dietro l’apparenza di una società in frammenti che tenta di essere “una” ci sia l’inquietudine di una rimozione castrante: tutto ciò che è diverso, strano, anomalo è in qualche modo taciuto, soffocato, occultato. In modo decisamente classico, Stranger Things mostra come questo “rimosso”, questo groviglio oscuro di tensioni ribollenti in qualche modo finisca sempre per tornare e costringa tutti a farci i conti.

Interessante in questo senso l’annientamento delle figure paterne. Nella storia sono essenzialmente quattro: il padre di Mike e Nancy Wheeler sembra il classico “patriarca” americano, portatore di valori che lo rendono semplicemente incapace di guardare il mondo e di farsi ascoltare; il padre di Will e Jonathan Byers è un inetto incapace di assumersi le proprie responsabilità; il poliziotto buono Jim Hopper è straziato dal senso di colpa, la colpa dell’impotenza che ha dovuto mostrare davanti alla prematura scomparsa della figlia malata; il dott. Brenner, figura paterna – reale o adottiva – di Eleven, che pensa di poter “usare” la figlia per i suoi spaventosi esperimenti. Ottusità, immaturità, impotenza e sfruttamento: i padri dell’America reaganiana sono segnati da un’autorità vuota, inadatta ad incidere sulla realtà e incapace di farsi carico delle generazioni future.

Tutto molto efficace, dunque, ma non è qui il valore aggiunto di questa serie. Si potrebbe parlare dell’ottimo cast (ragazzini a adulti, tutti bravi), di una scrittura solida, anche se non priva di qualche crepa. Si potrebbe parlare della ricostruzione di un’epoca: certo, quella di Stranger Things non è la prima rievocazione cinematografica o televisiva degli anni ’80 – prendiamo The Americans, per citare una serie di successo, o Super 8 di J.J. Abrams – ma qui ci sono una maniacalità, un’abbondanza di dettagli e un sincretismo di riferimenti che fanno davvero respirare l’aria di quel decennio.

Eppure, oltre a tutto questo, che già poco non è, c’è un dettaglio nella struttura narrativa di Stanger Things che apre una prospettiva nuova e orienta il racconto verso una rappresentazione simbolicamente allarmante dell’attualità più stringente. Si tratta della fisica quantistica, del multiverso, del portale che si apre all’interno del laboratorio, uno snodo narrativo di per sé certo non nuovo, ma che qui si riveste di una carica simbolica potente fino a diventare l’elemento che salda il decennio reaganiano all’oggi. Il mostro che terrorizza la comunità al centro della serie viene infatti dal “sottosopra”, “Upside Down” in originale: un universo parallelo, oscuro, terribile, che è spazialmente sovrapposto al nostro ed è popolato da creature terribili. È un “negativo” del nostro mondo, che noi non vediamo ma che è hic et nunc. Gli esperimenti bellici del governo americano hanno in qualche modo “aperto” il portale che mette in comunicazione il nostro mondo e questo suo “rovescio” inquietante. L’aspetto suggestivo è che Stranger Things, con la sua ricostruzione degli anni ’80, “apre” allo stesso modo un portale spazio-temporale sul più inquietante decennio della storia recente, lo fa da un lato mettendoci davanti gli aspetti più ludici, quelli dell’ipercitazionismo sfrenato, gli omaggi a E.T., le atmosfere alla Carpenter, alla Lynch, i richiami a Stephen King, a Stand by Me, il font vintage dei titoli di testa, le scariche di sintetizzatori, le allusioni a Poltergeist, i rimandi ai Goonies e via così all’infinito, ma lo fa anche ammonendoci: quando si apre il portale “curvando” lo spazio-tempo della Storia per resuscitare un’epoca, “di qua” arrivano anche i mostri, che sono sempre stati accanto a noi, invisibili perché non volevamo o non sapevamo vederli. E allora, l’oscuro 1983 smette di essere passato e diventa “qui ed ora”, come a ricordarci che il prossimo Novembre, da quel portale spalancato sugli anni ’80, potrebbe uscire il prodotto più mostruoso di questo recupero edonistico, uno dei grandi protagonisti di quel decennio, l’idolo del Patrick Bateman di American Psyco, il super yuppie Donald Trump.

Stranger Things e quel “mostro” che viene dagli anni ‘80
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“Louis, credo che questo sia l’inizio di una bella amicizia..”

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