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Una storia senza nome è un mix di tantissime cose. Una trama apparentemente da giallo classico, che lentamente si trasforma in qualcosa di meta-cinematografico, a tratti divertito e divertente come le migliori commedie. Un film che rispecchia le tante anime che sembrano vivere in Roberto Andò, poliedrico regista siciliano che si conferma come autore imprevedibile e talentuoso.

L’incipit della vicenda è un bizzarro fatto di cronaca realmente avvenuto nel 1969, ossia il furto da parte della Mafia di un celebre dipinto di Caravaggio.

E’ proprio questa intrigante storia che viene offerta da un misterioso poliziotto in pensione a Valeria (Micaela Ramazzotti). La ragazza conduce una doppia vita, segretaria di un produttore cinematografico, ma anche ghostwriter di uno degli sceneggiatori più apprezzati in Italia (Alessandro Gassmann). La vicenda è intrigante e Valeria ne è attratta e ammaliata, ma il rischio evidente di riportare a galla misteri ormai sopiti la costringe a togliere la maschera e scavare nel suo passato.

Sembra esserci una forza primordiale che spinge tutti i cinefili (e Andò è sicuramente tra di loro) a riflettere sul significato del cinema stesso: il meta-cinema è quasi un genere a sé stante, delicato e pericoloso quanto la vicenda narrata in Una storia senza nome. Il filo che intercorre tra riflessione meta-narrativa e crisi creativa è davvero sottile, ce lo ha insegnato Fellini con 8 e mezzo. Spesso e volentieri, per le tante difficoltà di un linguaggio complesso come il cinema e per le riflessioni sulla potenza di tale mezzo comunicativo, sorge il desiderio di rivelare l’inganno, di alzare il sipario.

“L’illusionista prende quel qualcosa di ordinario e lo trasforma in qualcosa di straordinario. Ora voi state cercando il segreto…

…ma non lo troverete, perché in realtà non state davvero guardando. Voi non volete saperlo. Voi volete essere ingannati”.

Una splendido passaggio di The Prestige, di Christopher Nolan, sul rapporto tra pubblico e illusionista.

E che cos’altro può essere il cinema se non una grande illusione? Ogni volta che l’incantesimo si rompe, e ci vengono mostrati dettagli che normalmente in un film non dovremmo vedere, il sentimento è duplice. Curiosità, adrenalina, stupore da un lato. Ma anche una certa delusione, o meglio disillusione, perché in realtà abbandonarsi totalmente alla finzione è parte dello spettacolo, o forse è lo spettacolo stesso.

Queste riflessioni, e molte altre ancora, le ho fatte uscito dalla proiezione a Venezia75 di Una storia senza nome. Vi consiglio vivamente di andare in sala a vederlo, potreste uscirne confusi e arricchiti. A patto ovviamente che non cerchiate a tutti i costi di ricostruire ogni passaggio della trama, di mettere ogni ingranaggio al posto giusto. Il regista Roberto Andò si è chiaramente divertito a inseguire l’imprevisto senza preoccuparsi troppo della verosimiglianza degli eventi e dei passaggi narrativi.

L’ho trovato un film di intrattenimento colto e raffinato, forse grossolano in alcuni momenti ma di certo affascinante.

Gli ultimi minuti, in cui si racchiude l’apice della tensione scenica, sono sinceramente divertenti e anche la chiusa del personaggio di Alessandro Gassmann, citazione felliniana per eccellenza, riesce a strappare un sorriso.

 

Una storia senza nome: cinema nel cinema
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Laureato in Economia per Arte, Cultura e Comunicazione, ha una spiccata passione per il marketing cinematografico. Cresciuto a pane e Mostra del Cinema di Venezia, ha in Roman Polanski e Woody Allen i suoi maestri. Le Serie TV sono una passione più recente, da Mindhunter a Mr.Robot