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La settimana scorsa è terminata la serie psico-thriller La porta rossa 2 confermando il successo di pubblico della sua prima sorprendente stagione andata in onda nel febbraio 2017.

Le avventure del commissario Leonardo Cagliostro, in versione “ghost”, hanno continuato ad appassionare i suoi quasi 3 milioni di spettatori (dato medio alto per Rai 2) a conferma del successo di una formula che, abbinando azione e mistero condite di un pizzico di soprannaturale, riesce a tenere inchiodato un pubblico fedele, puntata dopo puntata.

Il duo di autori, Carlo Lucarelli e Giampiero Rigosi, infatti ha elaborato una idea di narrazione che aggiunge alle consuete azioni ed atmosfere delle tante serie poliziesche italiane un livello visivo e di lettura che rende La porta rossa un prodotto televisivo originale e che merita un approfondimento.
Ma torniamo per un attimo al nostro Leo Cagliostro, interpretato con sempre più piglio dall’ormai amatissimo Lino Guanciale, e al suo inseguire tutto e tutti nella seconda serie. Sempre con una Trieste bellissima ma un po’ cupa e ventosa a fare da palcoscenico, il commissario si è diviso fra il continuare ad indagare per scoprire l’identità del suo assassino, aiutare a sgominare la potente loggia massonica cittadina La Fenice, proteggere sua moglie e salvare sua figlia da un rapimento. Agendo, tramite la sua ormai fida amica medium Vanessa, fino ad arrivare a scoprire che il suo assassino era in realtà la madre che mai aveva saputo chi fosse.

Ed è proprio il modo di raccontare e ambientare un intreccio molto strutturato, ma lineare nella sua vicenda centrale, il valore aggiunto di questa serie.

Innanzitutto peculiare è la modalità di presenza in ogni scena di Cagliostro (per i più attenti vestito sempre come il giorno della sua morte). La sua “non presenza” porta lo spettatore ad un livello di coinvolgimento rispetto al personaggio diverso dal solito, combattuto fra la voglia di volerlo presente per davvero e la curiosità di come i suoi poteri di intervento, tutto sommato limitati, possano far cambiare le cose.

Le espressioni di rabbia e impotenza del commissario, impossibilitato ad agire come vorrebbe se fosse presente in vita, sono un valore espressivo in più di ogni situazione in cui è coinvolto conferendo alle scene un sapore diverso e coinvolgente.

Molto interessante è anche il rapporto di Cagliostro con chi lo può vedere e con chi, pur non vedendolo, lo sente presente. Sto parlando innanzitutto di Vanessa e di sua madre che prima sconvolte dal suo progressivo apparire e via via sempre più complici del suo piano creano un sodalizio unico col nostro protagonista. Dolcissimo e a tratti struggente è invece la vicinanza di Cagliostro a sua moglie Anna (una Gabriella Pession veramente brava e a suo agio nella parte) e la loro neonata Vanessa. Il suo modo di farsi sentire in casa,  nei momenti più difficili e di solitudine, e di stringersi a loro due è un altro elemento narrativo molto forte che culmina però con un colpo di scena: la richiesta di Anna di andarsene e lasciarle sole perché la sua presenza le impedisce di andare per la loro strada.

Ultimo punto da sottolineare è il rapporto fra i componenti della squadra, orfana di Cagliostro, sempre alle prese con il ricordo del suo talento e dei suoi modi spicci di agire con i quali è impossibile non confrontarsi nel quotidiano. E devo dire che questo confronto fra loro, con il commissario presente che ascolta e commenta, è spesso motivo degli unici sorrisi in un racconto comunque sempre teso e fondamentalmente molto amaro.

Ma veniamo ai titoli di coda. La scena conclusiva con Vanessa che impedisce a Cagliostro di attraversare la porta rossa, perché vuole scoprire il vero senso del legame che li unisce, e la partenza per un viaggio fuori Trieste di lei col suo nuovo compagno Federico, alla ricerca di altri medium, lascia intendere che ci sarà ancora bisogno di Cagliostro fra noi umani. E così una nuova porta per una terza, attesissima serie è probabilmente già pronta ad aprirsi.

Si è chiusa “La Porta Rossa 2”: ora si aprirà un portone?
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Pubblicitario per professione e abbonato “da sempre in prima fila” alla poltrona per cinema e TV. Da 40 anni divora ogni cosa di celluloide e ha eletto Lost come serie della vita. Parafrasando Parenthood: per lui quando si spegne la luce in sala o a casa “Tutto può succedere!”

“Louis, credo che questo sia l’inizio di una bella amicizia..”

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