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La serie ideata da Laurie Nunn è un irriverente caleidoscopio di piccoli, grandi drammi. Protagonista il sedicenne Otis Milburn (Asa Butterfield), alle prese coi suoi psicodrammi sessuali, e quindi esistenziali, in una serie nuova e fresca che anticipa la primavera. Altro grande protagonista è proprio il sesso – pur affrontato con schiettezza disincantata e balsamica – che diviene, in Sex Education, strumento per parlare spesso e volentieri di altro.

Serie di concezione americana ma con passaporto britannico è ascrivibile al genere ‘brit’, mescola dramma e commedia, riso e pianto. A tratti commuove, per altri versi diverte; sempre spensierata, fresca ma politicamente corretta nella scorrettezza. In controllo dei propri mezzi.

Stando sul registico a stretto giro, la serie è ‘fatta bene’ come solitamente ci si aspetta da un medio prodotto di Netflix.

Saggiamente, la contemporaneità sta fuori (frecciate a Mr. Trump a parte ‘Chi è il presidente’ ‘Noi non abbiamo un presidente’): con uno stile e una moda “old but gold” da imprecisato gusto ’90s rivisitato, la serie è ambientata in un meta-luogo anglosassone un pò americaneggiante. I personaggi? Menzione a parte per Gillian Anderson, sexy milf che tutti vorrebbero come mamma del proprio migliore amico ma non come propria.

Maeve, friendzone del protagonista, una ragazza badass che si arroga i diritti (sportivi e non) del più popolare del liceo: è un personaggio di fresco forno Dickensiano in salsa punk, un fiore che sboccia nelle avversità. Troverà gioco comune col protagonista, insostenibilmente disasattato, tenero e convincente nei panni del “sex terapist” della porta accanto. La dicotomia tra il sottoeccitato Otis e sua madre, che diventa un gioco a tre quando entra virtualmente in scena il padre, funziona e vale da sola lo spettacolo. Tutte le loro compresenze sono interessanti, si ha sempre l’impressione che qualcosa stia per succedere.

Ho particolarmente apprezzato il realismo posato delle scene di sesso, mai edulcorato o al contrario spettacolarizzato, il punto più sincero della serie.

La serie si cimenta con convinzione e realismo in situazioni dannatamente complicate da spiegare e/o rappresentare, condisce con buoni personaggi e dialoghi spesso intelligenti. Non è un prodotto eccellente, sia chiaro, paga il low budget, quindi la mancanza di una colonna sonora e di un design registico distintivo, non è Stranger Things o Peaky Blinders per intenderci, ma la categorizzerei assolutamente come ‘Da vedere’.

Porta in dote infatti il difficile compito di traslare explicit sex in pellicola, per una platea di massa (primariamente) americana e non pornoactual: vietato strafare. Come mettere in scena il sesso evitando il controllo moralistico e parentale dello Zio Sam, che non risparmia neanche i cartoni animati (perdonato solo un indolente Homer che si sbronza da Moe’s in prime time), che ti punisce quando la pellicola non stigmatizza, non ridicoleggia (vedi autoparodie alla American Pie), non è demenziale?

Sex Education “la tocca piano” sugli spaccati di vita familiare, entra dentro le case, dentro le stanze e le loro dinamiche, le mette a nudo con studio ma per brevi spaccati di tempo.

Lascia spazi e tempi all’identificazione e alla riflessione, senza strafare, senza crismi, appesantimenti e dogmi. Le situazioni ‘capitano’, e in quei pochi scampoli di dialogo ti accorgi di qualcosa. Qui sta la forza della serie, la sua (sostenibile) leggerezza nell’essere, pur rappresentando un minestrone di casi limite come da titolo richiesto.

Tende ad essere estremamente sincera e pratica sul verificarsi delle cose. Sincera come sarebbe la reazione di un padre tradizionalista di fronte al figlio che esplora la sua personalità travestendosi, o mediante eiaculazione mattutina sulle lenzuola. Come si affrontano dicerie su leggendariamente presunte vicissitudini sessuali, o contenuti pornografici che ti riguardano diffusi in rete? La serie tende a superare l’omertoso vuoto di imbarazzo fra apparenza e giudizio.

In mezzo ci sono persone che devono affrontare le cose, e qui si ride. Paradossalmente, perchè i personaggi sono costantemente avvolti da una nebbia di imbarazzo, presi in contropiede e mai nella zona di comfort. Da questo punto di vista Sex Education è “sex educational”. Sono ben lontane le macchiette di Glee, si affronta l’argomento scomodo in modo light e piacevole. Ridendo perchè no.

Commovente, alle volte: Il terzo episodio è un gioiello, mi si è cucita addosso la solitudine esistenziale di Maeve. Il resto è perdibile: i restanti sono 7 episodi che insegnano intrattenendo, divertendo, ma paiono altamente refrattari a costituire un plot quantomeno episodico; non si distaccano mai dal ruolo educativo, non ci consegneranno una trama avvicente da seguire.

Problema: un generico individuo di sesso maschile fra i 20 e i 40 anni deve trovare particolari motivazioni per guardare questo genere di serie, non ti sta dietro dopo la prima puntata.

Quindi ti rivolgi ad un particolare tipo di pubblico e questa sensazione di pedagogia selettiva aleggia e disturba. Ed è un peccato. Lady Bird, per dire, capolavoro che andava premiato con ben più di un Oscar due anni fa, lanciava la donna on the road ma c’era spazio di compatibilità con altre logiche, non mi sono mai sentito chiamato fuori.

Questa sua naturalezza intrinseca ha pagato pegno, non si ha fretta di essere intrattenuti dalla puntata seguente. Atteggiamento segnatamente documentaristico, ricordo serie come Dark o Mindhunter che non mi hanno fatto nemmeno andare in bagno. E’ in rampa di lancio una seconda stagione, mi auguro terribilmente ci sia una trama altrimenti vivrò dei bei ricordi della prima.

Sortite a parte, Sex Education è un prodotto interessante su un tema fondamentale, non arriva mai a conclusioni moralistiche o poco scentifiche, nè scontate; osserva con occhi pieni di umanità, restituisce scorci e pennellate, poi tace. Perchè non parlare di sesso un pò più spesso? Magari in queste modalità sincere e riflessive, magari all’interno di una serie di tutt’altro genere, magari all’interno della nostra bellicosa routine.

Sex Education: il lato ironico, sincero e coraggioso di Netflix
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Mattia Soddu

Vive la propria vita come fosse un film, ne scrive per naturale conseguenza. Affetto da una seria forma di bipolarismo (pluri?) sin dai teneri natali, è capace di ridere a crepapelle per un horror come di piangere amaramente con un cartone animato. Cinico e bastardo al giusto grado. E’ brutalmente affascinato dal Giappone, non sa il perchè.

“Louis, credo che questo sia l’inizio di una bella amicizia..”

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