fbpx
Ti sarà inviata una password per E-mail
Tempo di Lettura: 4 minuti

Anno dopo anno, i servizi di streaming video prendono piede nella nostra cultura e società: basti pensare all’impatto culturale di Netflix, come a tutte le altre piattaforme che offrono contenuti originali e non. Uno dei sintomi di questo fenomeno è il progressivo aumento di nomination a premiazioni come gli Emmy Awards e i Golden Globe. Anche agli Emmy di quest’anno (tenutisi il 17 Settembre a Los Angeles) Netflix ha fatto piazza pulita, seconda solo all’emittente statunitense HBO. Ma a sorprendere è stato il prodotto di un terzo attore. Parliamo di The Handmaid’s Tale.

Insieme a Big Little Lies (classificata però come miniserie), The Handmaid’s Tale è stata infatti la serie più premiata alla cerimonia degli Emmy.

Miglior serie drammatica (scavalcando colossi come House of Cards e giovani promesse come Westworld), migliore attrice protagonista ad Elisabeth Moss, miglior regia, miglior sceneggiatura. Questi sono solo metà degli otto premi che la serie ha ricevuto durante la serata. Prodotta e distribuita da Hulu, servizio di streaming statunitense disponibile attualmente solo in USA e in Giappone, è tratta dall’omonimo romanzo della scrittrice Margaret Atwood. In Italia l’esclusiva della serie è stata acquistata da TIMVISION, e proprio in questi giorni alcuni episodi verranno mostrati in anteprima al Lucca Comics & Games.

Ambientata in un’epoca che sembra essere la nostra, The Handmaid’s Tale si svolge in quello che appare come un presente alternativo.

Una realtà in cui il tasso di natalità è crollato drasticamente e gran parte della popolazione femminile è ormai considerata sterile. In questo scenario, gli Stati Uniti d’America sono scomparsi e al loro posto vi è la Società di Gilead, caratterizzata da un regime estremamente patriarcale in cui le donne sono viste come risorsa esclusivamente per la loro fertilità. Vi sono quindi le mogli dei comandanti (privilegiate, ma incapaci di dare eredi), le schiave (chiamate “Martha”) e le ancelle, alle quali è intitolata la serie, la cui prerogativa è quella di portare in grembo i figli dei padroni di casa. Ed è proprio da questi padroni che prendono il nome, come fosse un patronimico: “Offred” (DiFred nell’adattamento italiano), “Ofglen”, “Ofwarren”…

Sebbene l’adattamento possa sembrare molto crudo, a tratti quasi surreale, la Atwood ha affermato che tutti i soprusi subiti dalle donne nella sua opera sono realmente avvenuti, in periodi storici più o meno lontani.

Per quanto paradossale, la negazione dei diritti alle donne è un tema tuttora cruciale in molti paesi. Tuttavia, più che una denuncia a un presente corrotto, conseguenza di una storia che non si è mai schierata dalla parte del sesso femminile, The Handmaid’s Tale appare come un monito, un avvertimento di uno straziante futuro che potrebbe non essere lontano. Proprio nelle prime puntate, un monologo di Offred (Elisabeth Moss) rivela come l’avvento del regime si sia verificato da un momento all’altro, senza che nessuno se ne accorgesse.

È dai suoi occhi, infatti, che la storia viene raccontata: Offred è sia protagonista che narratrice della serie.

Il suo punto di vista viene inserito anche nelle scene più concitate, in modo da mantenere costante la condivisione dei suoi pensieri. L’intreccio si vive insieme alla sventurata ancella, la quale ogni tanto ricorda anche momenti del suo passato pre-regime. Un’arguta modalità di narrazione permette dunque di scoprire la personale esperienza della protagonista un passo alla volta, puntata dopo puntata, anche attraverso i personaggi che le girano attorno.

Anche regia e sceneggiatura risultano scintillanti facce di questo piccolo diamante, caratterizzate da finezze tecniche che la maggior parte dei prodotti televisivi non riesce più ad offrire.

Altrettanto appropriata la scelta del cast: da Elisabeth Moss (The West Wing, Mad Men), forse qui nella sua migliore interpretazione, a Yvonne Strahovski (Chuck, Dexter), perfetta nella sua algidità, passando per Alexis Bledel (la Rory di Una mamma per amica) e Samira Wiley (Poussey in Orange is the new black). A coronare il comparto tecnico, una colonna sonora impeccabile e mai di troppo: le scene e i dialoghi sono spesso lasciati a un assordante silenzio, infranto solo da appropriati accompagnamenti e da selezionati brani a chiusura gli episodi.

Per tutti questi motivi abbiamo scelto The Handmaid’s Tale come serie del mese. Un racconto così sincero degli abusi che le donne hanno subito, e tuttora subiscono, non aveva mai raggiunto una tale rilevanza, sia a livello mediatico che culturale.

In seguito alla vittoria di svariati premi e all’annuncio di una seconda stagione, in arrivo nel 2018, sembra quindi non esserci  periodo più appropriato per il successo (meritato) di questa incredibile opera.

#SERIEDELMESE: “The Handmaid’s Tale”
Rate this post

Studente di Economia per l’Arte da troppi anni, segue con forte passione tutto quello che può diventare veicolo tramite immagini e/o suoni. Caparbio divoratore di serie tv, crede nel valore dell’“alto” e del “basso”. Non è forse vero che senza Dirty Dancing non avremmo avuto Mulholland Drive?

“Louis, credo che questo sia l’inizio di una bella amicizia..”

La newsletter di RumoriFuoriScena è gratuita. Breve. Scritta da amanti del cinema per amanti del cinema.

Iscriviti alla newsletter!

Vai alla barra degli strumenti