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Steven Knight con Serenity è al suo terzo lungometraggio nei panni oltre che di scrittore, anche di regista. Lo sceneggiatore britannico, la mente dietro alla pluri-decorata Peaky Blinders, mette in scena un caliginoso Matthew McCounaughey (nei panni di John Mason, che si fa chiamare Baker Dill) tutto muscoli, sigarette e canottiera, ritiratosi su un’isola caraibica per dedicarsi alla pesca di grossi pesci.

A bordo della sua imbarcazione, Serenity (che da il nome al film), insieme al suo aiutante Duke, cerca di tirare a campare non solo con la vendita del pesce ma anche coinvolgendo nelle varie uscite in mare clienti desiderosi di vivere un’esperienza di pesca unica. In tutto ciò viene fuori il lato passionale e tenace del protagonista, che cerca in tutti i modi di arrivare a pescare un grosso tonno a cui dà la caccia da tempo.

Un rapporto con la preda emotivamente carico, di hemingwayiana memoria, che impreziosisce la prima parte del film e che è motivo di manifestazioni psicotiche di John a danno di alcuni clienti, oltre che dell’immagine stessa del protagonista agli occhi degli abitanti della piccola isola di Plymouth.

La fabula di Steven Knight scorre in modo fluido e magistrale come solo un grande sceneggiatore sa fare e tre figure vengono fatte precipitare nella storia come meteore.

La prima è un inquietante venditore di attrezzature da pesca vestito di tutto punto (inevitabilmente in contrasto con la comunità di pescatori e mercanti dell’isola), con i suoi occhialini tondi e l’acconciatura laccata, che tenta di mettersi in contatto con il protagonista. Le altre due figure sono l’ex moglie del protagonista, Karen (Anne Hathaway) e il suo nuovo compagno milionario, Frank (Jason Clarke), violento e ubriacone.

Ancora una volta trapela la grandezza di Steven Knight sceneggiatore nella parafrasi del rapporto tra i due ex, dalla quale salta fuori anche l’esistenza di un figlio. Gli elementi del film, i personaggi e le vicende sono pensati dall’autore per essere un vero e proprio racconto fosco in stile neo-noir, che rivela al pubblico una matassa sempre più drammatica e sanguinosa da sciogliere, un preavviso di qualcosa di angoscioso che sta per presentarsi.

Il vero colpo di scena però, dal punto di vista narrativo, si ha nella seconda parte del film, quando si rivela una componente fantascientifica dell’impalcatura filmica (mi fermerò qui per evitare spoiler consistenti).

Guardando al film nella sua interezza si riscontra un tentativo miracoloso da parte dell’autore di conciliare gli elementi del genere noir, i personaggi fumosi, tormentati, sempre attaccati alla bottiglia, la donna ammaliatrice e il marito violento, con un’ambientazione caraibica, ariosa, molto soleggiata e lucente dal punto di vista della fotografia. Uno sfoggio di competenze straordinario, incorniciato da una sceneggiatura irreprensibile che si infittisce sempre di più fino al risvolto surreale della pellicola.

Questo terzo elemento fantascientifico appesantisce il peso strutturale del film e gli conferisce una direzione impensata, almeno nella prima parte. Steven Knight, con questo suo terzo film da regista, sperimenta dunque uno stile che non si fatica a chiamare neo-noir e che regala al pubblico uno slancio suggestivo unico e dal punto di vista della sceneggiatura e dal punto di vista della fotografia.

“Serenity”: Steven Knight oltre Peaky Blinders
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Marco Panella

Quello che viene fuori dal suo percorso accademico è una combinazione tra Psicologia ed Economia. Mischia solitamente anche buona musica, letteratura e cinema in un vortice artistico che lo fa sentire vivo. Durante il weekend è facile vederlo combinare alcolici, a Milano, che ormai è la sua seconda casa. Calabro di origine, nutre profonda ammirazione per registi come Kubrick, Lynch e Fellini.

“Louis, credo che questo sia l’inizio di una bella amicizia..”

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