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”..Want your boat, Georgie?”

Derry, Maine, anni ’80. Una piccola comunità inghiottita da incontaminati parchi naturali si ritrova a dover fronteggiare la misteriosa sparizione di miriadi di ragazzini del posto. La polizia annaspa nel buio, vige il coprifuoco. William ‘Tartaglia’ Denbrough, affetto da balbuzie, the ‘Big’ Ben, genietto cicciottello, la bella Beverly dai capelli rossi, l’irriverente Richie (Mike di Stranger Things), l’ipocondriaco Eddie, il razionale ebreo Stan, Mike, unico ragazzino di colore in tutta Derry; sono loro i membri dei ‘Perdenti’, gruppo di resistenza alle continue angherie da parte dei bulli della scuola e, alle macabre apparizioni di un mostro sanguinario soprannominato It, la cosa.

Piantine alla ricerca di gocce d’acqua nel deserto, i Perdenti, costretti dalle circostanze pericolose a coalizzarsi, affronteranno le loro paure più profonde, accettando la sfida del diventare adulti non dimenticandosi dei più profondi valori di amicizia. Capiranno che crescere non significa imparare un mestiere o vestire una maschera, come viene instillato da genitori incapaci, distratti, o ad ampi tratti nocivi, ma essere passionali e solidali, imparare a fare i conti coi fantasmi del passato, e rispettare le differenze.

Sogno o son desto?

 Una irreprensibile minaccia che solo un occhio di bambino può cogliere. Ma It è reale? A giudicare dai macabri resti dei rapiti, lo è. Ma gli adulti mostrano chiaramente di non riconoscere nemmeno quei resti. Ciò che lui uccide viene portato in un mondo distorto. Un luogo dove tutti galleggeranno. It è reale quanto un bagliore all’interno di uno specchio. Si nutre di realtà, se ne serve, così come fa con le nostre paure. It è reale nella stessa misura in cui la nostra paura lo è. Ansia, odio, paranoia, intolleranza di cui si nutre Derry sono reali eppure nessuno ne dubita. It esiste, la forma è intercambiabile e incomprensibile.

Ben fa il filmaker argentino Andrès Muschietti a far danzare sogni e incubi dei perdenti, un po’ horror e un po’ fiaba vintage. Non è casuale il connubio King-Muschietti; il bestseller e la pellicola sono pervasi da malinconica dicotomia fra sogno e materia, come in un quadro surrealista. Vedere un Dalì per credere. Oppure gustarsi questo film e le sue infinite sfumature create ad arte per immedesimarci in questo mondo di ragazzini, da ragazzini. Non è un caso che questo capace regista pubblicitario sia stato trascinato nella settima arte con insistenza da un certo Benicio Del Toro, fresco trionfatore nella kermesse della Laguna; autore in cui queste tematiche prendono sempre deliziosamente corpo (‘Il labirinto del fauno’ per citarne uno).

Uno spettacolo per gli occhi e per il cuore

 Ciò che più risalta ed esalta in questo lavoro è la sua studiata perfezione tecnico-estetica. A far paura sin dalla prima scena è la direzione della fotografia. Una nitidezza e una sapienza nell’uso della luce che in pochi dimostrano. Le immagini brillano di luce propria persino sotto un acquazzone, in una tenebrosa giornata d’Ottobre. La luce tratteggia tonalità vive sui volti imberbi dei ragazzini persino nei meandri della terra, la casa di It. La telecamera scorre leggera e veloce tra sentieri nei boschi e case di legno, corridoi di scuola e polverose biblioteche, avvicina e allontana affetti e pericoli, si fa perigliosa e interessata testimone delle diavolerie messe in atto dal famelico mostro, nondimeno implacabile reporter del male nella vita di tutti i giorni, tra famiglie-prigioni e colpi gobbi dei bulli.

Notevoli anche i numerosi siparietti ed effetti sonori che impreziosiscono sempre le scene: estrema cura nei particolari. Il diavolo sta nei dettagli, un uso sapiente di questi non fa che portare acqua al mulino e rendere tutto divertente e realistico: il regista introduce numerosi life bites e dialoghi-esclamazioni mai banali, come ben testimoniano le esilaranti ma imperdibili battute di Richie sulla sessualità, aumentando notevolmente la godibilità e l’immedesimazione dello spettatore. La recitazione e i dialoghi annessi brillano per espressività, sagacia ed efficacia narrativa. Particolare menzione ai Perdenti: quando un ragazzino è bravo a recitare, incanta. Anche Skarsgard-It non scherza: anche senza trucco il suo volto raggiungerebbe la malignità pur solo con un breve accenno espressivo. I luminosi occhi rotondi una volta azzurri e una volta gialli come fanali comunicano follia allo stato puro. In stato di grazia. It è uno spettacolo per gli occhi e per il cuore.

Million Dollar Baby

Centinaia di migliaia di contatti sui principali social, seicentomila dollari d’incasso al 13 ottobre, il record di film horror più redditizio della storia stretto nel palmo, campione d’incassi alla settimana di esordio. Le previsioni della Warner sono andate già ben oltre le più rosee aspettative. Merito anche qui di alcuni piccoli ma fondamentali accorgimenti: presenza costante sui social network a scandire il countdown, teaser distribuiti già da mesi nelle sale, e messi sistematicamente in evidenza prima di qualsiasi film o serie horror andati in onda nell’ultimo anno, riutilizzo efficace di attori, tematiche e ambientazioni proprie della fortunatissima serie televisiva Stranger Things, strizzando l’occhio quindi ad un’ampia platea di utenti solitamente estranei al genere horror; ecco perchè è stato il film del genere più redditizio di sempre.

Parallelo d’obbligo con la serie, dato che gli appassionati non possono sottarsi dal notare somiglianze atroci all’interno del film: a parte Richie, protagonista in entrambi, scene come il tuffo dalla (stessa) rupe sul lago, o delle rincorse in gruppo con le biciclette, sono un chiaro rimando alla serie e ai suoi ‘Padri’ ispiratori (E.T. L’Extraterrestre su tutti). Fenomeno in perfetta continuità, che non sembra esaurirsi in tempi brevi: una seconda parte, inizialmente prevista come accorpata alla prima, è già in corso d’opera, e giusto per tenere caldi gli animi degli appassionati, a fine ottobre, uscirà anche la seconda stagione di Stranger Things.

Breve storia di un capolavoro a rate

Freschi di flop con La torre Nera, alla Warner avranno pensato bene a come non ripetersi, continuando nel solco dello svecchiamento di capolavori di king. Una prima scelta per il progetto It ricadde sul giovane sceneggiatore prodigio Cary Fukunaga (padre giapponese e madre svedese!) fresco di Emmy per True detective. Ma profonde divergenze stilistiche emerse sul set (forte distacco della sceneggiatura dal libro) portarono il genietto ad abbandonare la nave, a plot e casting ultimati. A Muschietti, subentrato per candidatura diretta di Benicio Del Toro, non rimase che riprendere in mano la telecamera. Con uno shift: l’idea di dividere la storia in due parti, una relativa ai ragazzini e l’altra agli avvenimenti da adulti. Inoltre, marcò indelebilmente la trama con la sua verve horror.

Il risultato è sotto ai nostri occhi: una appassionante storia d’avventura che strizza l’occhio al creepy: in alcuni frame la tachicardia è assicurata, un velo di tensione talmente denso che in alcuni momenti potresti affettarlo con un coltello. Ciò che è certo, è che Muschietti tornerà alla regia per il secondo capitolo, previsto nelle sale per Settembre 2019. E chissà se nel frattempo in quel di Burbank non stiano già pensando ad altri serial o spin-off; giusto per non lasciare soli troppo a lungo i milioni di nuovi fan.

Revival anni ’80: perchè così di moda?

Non sarà certo sfuggito ad un buon osservatore quanto film come It e serial come Stranger Things stiano riscuotendo un successo senza precedenti semplicemente riproponendo mediante la moderna tecnologia temi, atmosfere e storie che non appartengono più al nostro secolo. Eppure sono così damn actual! Pollon e l’Ape Maia riproposti ai bambini la mattina, sugli scaffali dei supermercati di nuovo merende come Girella e Buondì, talk come Maurizio Costanzo Show in prima serata, vecchie glorie del gaming in bianco e nero riproposte per moderne console, ragazze vestite con pantaloni a ‘zampa di elefante’, musica e per finire film; insomma, protagonisti in Italia e in tutto il mondo ormai da tempo di quel sapore malinconico, perpetrato dai bambini di allora che, ormai cresciuti, non riescono e non vogliono rinunciare ai ricordi d’infanzia. Proprio come faranno i Perdenti in It 2.

Ma per i più giovani, quelli che gli anni ’80 li hanno solo sentiti raccontare ma che non hanno mai vissuto, perchè va così di moda? Perché non si tratta semplicemente di anagrafe ma una questione di stile.

Gli 80’s sono forse l’ultimo decennio ad aver avuto una forte caratterizzazione identitaria.

Così come per gli anni Sessanta e Settanta, colori, iconografia e musica degli Ottanta sono immediatamente riconoscibili e ben distinti dal resto e contestualizzabili. E i giovani amano il cult. It è una miniera di queste informazioni: sale videogames, gusti musicali, capigliature e vestiti, abitudini, alimentazione, divertimenti, istruzione: tutto è perfettamente caratterizzato e ascrivibile ad una data ben precisa. Motivo che sopra tutti rende il film un gioiellino di virtuosismo realistico. E sono proprio i grandi blockbuster declinati in linguaggi moderni (o modernisti) uno dei motori di questa tendenza. Secondo voi per quanto continueranno gli anni ’80?

#SENZAFILTRI: “It”
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Mattia Soddu

Vive la propria vita come fosse un film, ne scrive per naturale conseguenza. Affetto da una seria forma di bipolarismo (pluri?) sin dai teneri natali, è capace di ridere a crepapelle per un horror come di piangere amaramente con un cartone animato. Cinico e bastardo al giusto grado. E’ brutalmente affascinato dal Giappone, non sa il perchè.