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Film del 2016, recentemente riproposto al cinema Trevi di Roma per una proiezione speciale, Senza lasciare traccia è il primo lungometraggio di Gianclaudio Cappai, che potremmo definire anomalo, affascinante e controtendenza.

Ispirato ad una storia vera, racconta il dramma di Bruno: un giovane uomo affetto da una grave malattia che lo rende vulnerabile, giorno dopo giorno. Lo stesso regista Cappai e Lea Tafuri ci conducono, scrivendo il soggetto, nella dimensione di un uomo solo apparentemente rinato dalle ceneri di se stesso e logorato da un passato oscuro che ha alimentato solo sentimenti di odio, distruzione e vendetta.
Bruno nasconde la solitudine da cui è pervaso e la propria fragilità ostentando superbia: ne viene fuori un’interpretazione magistrale del protagonista. La vicenda si svolge in una località remota del Nord Italia dove egli è cresciuto, subendo angherie che hanno lasciato profondi segni nel suo intimo. Per questo, quando a seguito del restauro di un dipinto commissionato alla propria compagna si imbatte in un fuochista che con la figlia oppone una strenua resistenza all’abbattimento della sua fornace, medita una tremenda vendetta.

Senza lasciare traccia è un film che vi lascerà letteralmente senza fiato dall’inizio ai titoli di coda. Un climax crescente di tensione.

La scelta di collegare gli elementi simbolici sparsi lungo tutta la narrazione – come ad esempio il quadro da restaurare, il fuoco o il gioco di rimando indiretto al titolo della pellicola – appare indubbiamente geniale. Il film ruota intorno ai quattro elementi: acqua, aria, terra e fuoco. Ma è quest’ultimo ad essere il fil rouge di una narrazione che dietro di sé non lascia nulla, ma che imprime, sulla pelle e nella mente del protagonista Bruno (Michele Riondino) e degli altri personaggi, i ricordi di un trauma psicofisico che ha condizionato l’esistenza di tutti. Anche quella della compagna restauratrice d’arte, Elena (Valentina Cervi), la quale riesce a trasmettere un senso di ansia che solo una persona morbosamente innamorata sa provare.

Questa produzione indipendente carica di atmosfere cupe e misteriose e a tratti inquietanti ruota intorno ad un simbolismo che potremmo definire alchemico ed esoterico.

 

Le immagini archetipiche, descrivono le leggi cosmiche e le forze primordiali che governano l’universo attraverso la tetrade degli elementi. Acqua, aria, terra e fuoco divengono così la chiave di volta di un mistero che permane ad essere tale fino al termine del film. Oltre al fuoco, infatti, il fumo intorno ai volti è il passato che si addensa nell’aria, finisce diritto nei polmoni e brucia gli occhi; le sostanze sprigionate dai forni sono metafora della soffocante e miserabile esistenza di un adulto cresciuto ad abusi, vessazioni e maltrattamenti. La polverosa terra rossastra rappresenta per Bruno quello che ne determina la corporeità, e dunque la percezione sensoriale di se stesso e della sua condizione fisica.

L’acqua è una delle componenti più forti del film, insieme al fuoco è il più presente tra gli altri simboli. L’ultima scena in doccia, con le gocce d’acqua e un’unica goccia di sangue, si riallaccia anch’essa al titolo. Sia il fuoco che l’acqua sono elementi che purificano e che eliminano tutte le brutture, senza lasciare traccia, gesto che Bruno compie ripulendo la doccia. Quell’unica goccia di sangue, però, sta lì a ricordarci che nel bene o nel male il passato farà sempre parte di noi. Rimuovere è possibile, ma nulla si cancella definitivamente.

Per quanto riguarda la fotografia dell’esordiente (ai tempi)Fabio Paolucci, si può affermare, senza timore di smentita, che sia l’elemento essenziale del fascino di questo film.

Ogni immagine, inquadratura o movimento di camera dà allo spettatore la sensazione  di essere lì, lo avvolge, lo inghiotte e lo trangugia a fauci spalancate. Le emozioni e i sentimenti, la paura e il dolore diventano automaticamente anche proprie dello spettatore. La bravura nel rendere le immagini sta anche nella scelta della pellicola s16mm. Apprezzabile la ricerca dell’imperfezione, in un film che tecnicamente e narrativamente parlando appare perfetto. Dell’opera più ingegneristica del mondo, Cappai e Paolucci non se ne sarebbero fatti nulla, quella la sanno fare tutti. Hanno preferito l’imperfezione perché è il transfert freudiano delle emozioni, siano esse positive o negative. La pellicola è incandescente, polverosa, brucia negli occhi di chi guarda.

È un film che non nasconde grandi ambizioni, maturo nonostante sia un’opera prima, che colpisce lo spettatore con giochi psicologici. Un film volto a far riflettere sulla lucida follia della mente umana, da guardare con attenzione ossessiva per non perdere nemmeno un passaggio e rimanere incollati allo schermo.

“Senza lasciare traccia” di Gianclaudio Cappai
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Carmen Bagalà

Studentessa c/o Bocconi e Ied, ha una grande passione per il cinema, la regia, l’arte e qualsiasi cosa si intenda per espressione dell’essere. Ha scoperto il cinema da piccola guardando Fellini e Godard e se ne è innamorata. È sempre alla ricerca della novità originale. Adora le simmetrie di Wes Anderson, Sorrentino e le serie tv made in UK.