fbpx
Ti sarà inviata una password per E-mail
Tempo di Lettura: 5 minuti

Prendete un vicequestore romano che non potrebbe che vivere nella capitale. Mettetelo, per punizione, ad Aosta dove non succede mai niente. Aggiungete il suo carattere burbero e un agire sempre al limite delle regole. Il risultato è Rocco Schiavone una delle migliori serie italiane del 2016-2017 pronta per la sua seconda stagione ad Ottobre su Rai 1. (Per chi non lo conoscesse sono imperdibili le repliche della prima serie in onda in queste settimane il Mercoledì su Rai 2).

Nato dalla penna di Antonio Manzini, di cui consiglio vivamente la lettura asciutta e originale, Schiavone si colloca fra i “poliziotti” meglio riusciti della letteratura e della TV nostrana. In una concorrenza molto agguerrita infatti è  la migliore risposta all’ormai superstar Montalbano di Andrea Camilleri. Diverso da lui per alcuni tratti del carattere e per i luoghi dei racconti, ce lo ricorda invece per intuitività, solitudine e capacità di lavorare in un ambiente chiuso dove, con le opportune differenze, la Val d’Aosta può ricordare la Sicilia. Ma come ci è finito Rocco Schiavone ad Aosta? Per punizione dicevamo, per aver picchiato e ridotto su una sedia a rotelle un violentatore seriale figlio di un potente che stava per farla franca.
Già questo ci fa immediatamente simpatizzare per lui (adoro questo senso di giustizia pratico e border line), ma è il suo essere politicamente scorretto, il suo modo di esprimersi e di rapportarsi con gli altri a renderlo una figura magnetica e di forte carisma. Tutto per lui, che in ogni puntata oscilla fra la tentazione di mollare tutto e un senso di giustizia innato che lo spinge ad andare avanti, è un “rompimento di coglioni”. La loro classifica (tutta da leggere nei libri di Manzini) ci fornisce il singolare quadro delle sua capacità di sopportazione… Partendo dal sesto livello degli idraulici e dei muratori che non rispettano mai gli appuntamenti, degli zero dell’Iban e delle moto smarmittate. Passando per il settimo dei finger food, per l’ottavo delle lettere di Equitalia e il nono dei commercialisti e dei centri commerciali. Fino al decimo che è il massimo del “rompimento” che gli omicidi e le relative indagini rappresentano.
La filosofia di vita di Schiavone, magistralmente interpretato da Marco Giallini, prende forma puntata dopo puntata. Le sue scarpe sbagliate per la neve, il Loden verde non sufficiente per il freddo e l’incapacità di avere rapporti duraturi con le persone e soprattutto con le donne danno forte il suo senso di provvisorietà. La sua voce profonda e resa rauca dal fumo, le sue rughe e la barba incolta forniscono un quadro di un personaggio che sembra non volere più nulla dalla vita. La sua malinconia è latente e i suoi infiniti dubbi sull’andare avanti sono raccontati dal rapporto con il “fantasma” della moglie, uccisa in un agguato ai suoi danni a Roma tempo prima, che gli appare in casa per confortarlo e spingerlo a continuare a combattere in immagini dove lei sembra viva e reale al suo fianco.
Molto bello il rapporto con la sua squadra, i suoi interlocutori istituzionali e i suoi amici d’infanzia. I colleghi lo amano e stimano per il suo pragmatismo e la capacità investigativa; sono al suo fianco sempre mettendo qualche pezza nel suo sfidare sempre tutto e tutti… Il giudice, talvolta più matto di lui, e il questore, appassionato dei riflettori delle conferenze stampa dove Schiavone non lo raggiunge mai, mal sopportano il suo carattere ma ne apprezzano i risultati.
Gli amici romani rappresentano infine il collante narrativo con il suo essere più vero ed il suo passato. Sono loro infatti che, dopo il suo trasferimento, lo aiutano a tenere vivo il rapporto con le sue radici e in modo più pratico a ritrovare l’assassino di sua moglie.

Ogni indagine ed azione unisce tutto questo in dinamiche sempre narrativamente compatte ed originali. Schiavone si muove all’interno delle storie abbinando momenti di grande determinazione ad altri di malinconia assoluta.

Il suo non capire il perché delle cose, dalle più profonde a quelle investigative, è sintetizzato da una scena ricorrente in ogni puntata nella quale lui, sostituendo al tabacco di una sigaretta dell’erba, si mette a fumare fuori dal davanzale della finestra del suo ufficio in questura per ragionare sul senso della vita e delle sue indagini guardando il cielo.
Venendo ai credits principali, di Marco Giallini già dicevamo: una grande prova d’attore e di costruzione del personaggio abbinata ad una capacità unica di passare dal registro drammatico a quello ironico. Lui è Rocco Schiavone, come Zingaretti è Montalbano, e l’efficacia della scelta di casting è confermata dal fatto che è impossibile immaginare altri al loro posto. La regia di Michele Soavi, cresciuto con Dario Argento, è morbida nelle parti più riflessive e serrata quando serve. La sua macchina da presa si muove bene tra i volti tutti particolari che colorano le storie… Le luci infine fotografano le montagne e le valli con quel freddo senso di lontananza e di isolamento che rendono il racconto unico nella sua collocazione.
Una grande serie italiana da vedere quindi per tanti motivi. Uno su tutti la potente interpretazione di Giallini che ci accompagna ogni volta in un racconto con un mix di situazioni e sentimenti realmente sorprendente e nuovo per i nostri schermi.

ROCCO SCHIAVONE: TORNA UN’ALTRA GRANDE SERIE TV ITALIANA
Rate this post
Pubblicitario per professione e abbonato “da sempre in prima fila” alla poltrona per cinema e TV. Da 40 anni divora ogni cosa di celluloide e ha eletto Lost come serie della vita. Parafrasando Parenthood: per lui quando si spegne la luce in sala o a casa “Tutto può succedere!”

“Louis, credo che questo sia l’inizio di una bella amicizia..”

La newsletter di RumoriFuoriScena è gratuita. Breve. Scritta da amanti del cinema per amanti del cinema.

Iscriviti alla newsletter!

Vai alla barra degli strumenti