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Una delle sensazioni in assoluto più piacevoli nella vita è quella di ricordare l’infanzia, seppur solo per un breve ed effimero istante. Su consiglio di un amico ho dato una chance a Formula 1: Drive to Survive che mi ha conquistato per tutti e 10 i suoi episodi e mi ha ricordato lontane domeniche milanesi in cui con mio nonno attendevo con ansia il GP di Montecarlo e mi perdevo nei suoi fantasiosi aneddoti e racconti.

E’ stata anche l’occasione per vedere, dopo almeno tre o quattro anni, un Gran Premio di Formula 1 in televisione e farmi un’idea di come questo sport sia cambiato in modi che sinceramente ignoravo. Vediamo se riesco a incuriosire e appassionare anche voi!

La docuserie di Netflix ha una struttura molto classica, basata su uno storytelling fatto di rivalità, obiettivi, ostacoli da superare.

Interessante è invece il continuo cambio di prospettiva della serie, che a seconda dell’episodio, si concentra su un personaggio diverso. E non parliamo solo di piloti, ma anche dei capo-team che agiscono dietro le quinte e su cui grava la responsabilità del successo o del fallimento di un intero team, ossia di un’organizzazione da oltre 700 dipendenti.

Dalla serie emerge bene come la Formula 1 sia un meccanismo fatto di piccoli dettagli che devono incastrarsi, e la ricostruzione narrativa è di ottimo livello. Azzeccata è stata la scelta di concentrarsi non sulle scuderie più celebri e vincenti, Ferrari e Mercedes, ma sulla lotta spietata che si è vissuta nella scorsa stagione per le posizioni centrali della griglia. Non ero a conoscenza delle storie personali dei piloti di squadre come la Haas, la Force India o anche di Renault e Red Bull.

Per darvi un’idea della serie ma non rovinarvi il gusto di vederla con i vostri occhi, ho deciso di scegliere le tre cose che più mi hanno colpito e di raccontarvele.

1) L’estrema sincerità e trasparenza dei protagonisti che si raccontano senza filtri davanti alla telecamera, che li segue anche nei momenti più delicati e frustranti della stagione. La serie gode di un comparto di riprese impressionante, anche all’interno dei “muretti” e nelle conferenze stampa interne ai team, e riesce a offrire una visione a 360 gradi di tutto ciò che gravita intorno a un GP. Forse per un fan della Formula 1 non sarà impressionante, ma per chi si approccia solo ora a questo mondo è uno spettacolo.

2) La tremenda solitudine dei piloti, osannati come eroi nei momenti migliori, totalmente lasciati ai propri fantasmi nei momenti più bui. Mi ha colpito in particolare il personaggio di Romain Grosjean, pilota trentenne della Haas e protagonista di una stagione a tratti disastrosa e sfortunata, fatta di un incidente dopo l’altro. Il suo capo-team, Gunther Steiner, non nasconde la frustrazione per i pessimi risultati ottenuti, scherza addirittura fino alla presa in giro in pubblica piazza. Stesso discorso vale per Daniel Ricciardo, forse il vero protagonista della serie, che vede crescere affianco a lui l’enfant prodige Verstappen mentre i suoi sogni di vittoria, oltre alle luci dei riflettori, svaniscono nella nebbia.

3) La Next Generation di questo sport che è emersa negli ultimi anni e che si è conquistata la scena: la Ferrari, che per tradizione ha raramente puntato su piloti giovani, ha affiancato a Vettel il ventunenne Charles Leclerc. La sua storia rappresenta bene il senso profondo di questo sport, una lunga tradizione che si tramanda di generazione in generazione, a tratti tragica e dolorosa, sempre spettacolare.

 

Come ho ricominciato ad amare la Formula 1 grazie a Netflix
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Laureato in Economia per Arte, Cultura e Comunicazione, ha una spiccata passione per il marketing cinematografico. Cresciuto a pane e Mostra del Cinema di Venezia, ha in Roman Polanski e Woody Allen i suoi maestri. Le Serie TV sono una passione più recente, da Mindhunter a Mr.Robot

“Louis, credo che questo sia l’inizio di una bella amicizia..”

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