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L’uscita nei giorni scorsi di Soldado ha visto un altro regista italiano, in questo caso l’ottimo Stefano Sollima, alle prese con una produzione hollywoodiana. Emozioni, adrenalina e orgoglio nazionale a parte, già descritte nei giorni scorsi, può essere interessante prendere spunto da questa uscita per indagare il senso e il risultato di queste scelte produttive. Di come quindi alcuni registi italiani hanno fatto questi viaggi, quasi sempre non di sola andata, verso i grandi budget delle major.

Gli intrecci fra l’Italia e Hollywood sono stati numerosi e partono principalmente dagli anni ’60 e ’70 quando alcuni grandi nomi nostrani attraversarono l’oceano accettando la sfida della vita.

Fra i primi ad andare ad Hollywood Sergio Leone che, dopo i successi dei suoi primi film western (inventando un nuovo stile che fece impazzire i maestri americani del genere), accetta la mega produzione Paramount di C’era una una volta il west coronando il suo sogno personale di dirigere Henry Fonda dopo aver lanciato l’esordiente “texano dagli occhi di ghiaccio” Clint Eastwood. Il film è grandioso ed epico; gli spazi si moltiplicano grazie alla Monument Valley che si sostituisce agli spazi di Cinecittà e dell’Almeria in Spagna dove il regista ricostruiva con grande efficacia la sua America.
Negli stessi anni Michelangelo Antonioni gira prima Zabriskie Point e poi Professione Reporter. Di nuovo sono i grandi spazi ad evolvere la cifra stilistica del regista insieme a prove d’attore magistrali come quella che, grazie alla sapiente guida di Antonioni, consacra Jack Nicholson nell’olimpo dei film d’autore. Negli anni ’80 e ’90 è la volta di Bernardo Bertolucci. Il regista, trascurato spesso dalla critica italiana ma adorato all’estero, trova oltreoceano grande fiducia e la possibilità di fare produzioni grandiose. Con L’ultimo Imperatore, produzione che definisce bene il vocabolo “hollywoodiano”, vince l’Oscar per il miglior film e la miglior regia. Negli anni successivi dirige Il tè nel deserto per tornare con Piccolo Buddha ai livelli del suo primo film americano.
Ultimo di questa breve lista è Paolo Sorrentino che più di recente, nel 2011, dirige These must be the place con un carismatico Sean Penn. Il film è un “road movie” che solo le atmosfere e le dimensioni del continente americano (insieme al loro viverle nel profondo da parte del protagonista) potevano rendere così particolare ed unico.

Ma cosa spinge quasi da sempre i registi italiani a cercare l’America?

Sicuramente il motivo principale è una combinazione fra la nostra naturale esterofilia (che vede nella patria del cinema un logico attracco professionale per registi ed attori) e l’orgoglio di poter essere chiamati da una major che in qualche modo può consacrare una carriera o darle una importante accelerazione. In parallelo la possibilità per i registi nostrani di accedere quasi sempre a budget e ad una macchina produttiva ormai impossibili in Italia dai tempi dei kolossal di Cinecittà degli anni ’50, quando erano comunque spesso gli americani a mettere i soldi.

Il senso della dimensione professionale e umana di questa esperienza la sintetizzano a mio parere in maniera efficace un paio di aneddoti d’autore.

Il primo è di Gabriele Muccino agli invitati, me compreso, durante la prima a Milano di La ricerca della felicità,  sua prima esperienza americana nel 2006. Il regista, raccontando del suo primo giorno di riprese a San Francisco, ha descritto il suo arrivo sul set quando, bloccato dalla polizia a dieci strade dalla location esatta, un building di downtown, ha pensato che la produzione avesse fatto un errore. In realtà, per girare una sola scena, la troupe aveva bloccato da dieci strade prima a dieci strade dopo; come dire che per girare in piazza del Duomo a Milano si bloccasse la città da San Babila a piazza Castello. Un approccio quindi super strutturato, che poi si era riverberato su tutti gli aspetti successivi della produzione.
La stessa sensazione di stupore e, in un certo senso, di estraneità, la descrive Paolo Virzì con un altro aneddoto. Nel 2017, girando il bellissimo Ella & John, il regista ha raccontato che aveva a disposizione molte più maestranze del necessario, tanto da essere in imbarazzo.
Negli Usa i sindacati, ancora molto potenti ad Hollywood, pretendono che quando c’è personale italiano ci debba essere un egual numero di personale americano. Oltre a questo, ciò che lo impressionò fu il numero dei camion delle luci presenti, cinque, nonostante lui e il direttore della fotografia avessero deciso di girare solo con luce naturale.

Uscendo dalla anedottica resta quindi un confronto fra due anime e due modi diversi di intendere e vivere il cinema fin dai suoi inizi: quella italiana più artigianale e spontanea, quella americana più strutturata, dove nulla è lasciato al caso.

Da una parte “l’arte dell’arrangiarsi”, che ha portato ad un livello di cinema non facilmente superabile in termini di qualità e contenuti. E dall’altra un approccio opposto che, a fianco di grandi film, talvolta confeziona forse fin troppo bene il prodotto. Queste differenze, nel tempo più sfumate, possono sembrare dei cliché, ma questi due racconti le confermano con chiarezza. In ogni caso non stiamo parlando di una gara ma di un mondo dove ogni paese e ogni mentalità è giusto che abbiano il proprio imprinting e si contaminino al meglio.
Così da far vincere sempre il miglior cinema.
I registi italiani che trovano l’America. Una storia che continua
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Pubblicitario per professione e abbonato “da sempre in prima fila” alla poltrona per cinema e TV. Da 40 anni divora ogni cosa di celluloide e ha eletto Lost come serie della vita. Parafrasando Parenthood: per lui quando si spegne la luce in sala o a casa “Tutto può succedere!”