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Dopo un boom commerciale e di critica come Perfetti Sconosciuti, il regista Paolo Genovese avrebbe potuto fare qualsiasi tipo di film, con la sicurezza di ottenere un buon riscontro di pubblico. Oltre 16 milioni di incasso, re-make in produzione nei paesi di mezza Europa, critica unanime nel giudicare il film una commedia a sfondo sociale di ottimo livello. A sorpresa invece, il regista romano si lancia con The Place in un progetto coraggioso, tanto rischioso quanto intricato. Un’operazione che si concedono registi con enormi carriere alle spalle, da Polanski a Tarantino, che spinge a riflettere sulla dicotomia tra film commerciale e non commerciale.

Il film è girato totalmente in un unico ambiente, il bar The Place appunto, in cui un misterioso personaggio (Valerio Mastandrea) incontra clienti di ogni tipo, ognuno con un desiderio recondito da esaudire.

Siamo introdotti nella vicenda in medias res, nulla ci viene detto del passato di questo personaggio, che trascorre intere giornate all’interno del bar. Sempre lo stesso tavolo, sempre la stessa espressione stanca di chi non dorme da anni. I suoi interlocutori sono persone qualunque, che si rivolgono a lui perché sembra in grado di esaudire qualunque desiderio. Ma ogni richiesta ha un prezzo.

Quanto si è disposti a fare per ottenere quello che si vuole?

Non vogliamo descrivere i personaggi, perché Genovese vuole farceli conoscere man mano che i minuti passano. Solo un esempio: Alba Rohrwacher interpreta una suora, con una vocazione fortissima venuta scemando negli ultimi anni, il cui desiderio è ritrovare Dio. Il prezzo da pagare? Rimanere incinta di un uomo.

Perfetti Sconosciuti era costruito a misura di pubblico, con un ritmo scorrevole e intrigante. Perché The Place è un progetto più coraggioso? Perché costringe lo spettatore a uno sforzo in più, divenendo di fatto un prodotto “anti-commerciale”.

Per non rendere noioso un film ambientato in un’unica stanza, Genovese sperimenta inquadrature diverse della stessa scena. Alcuni personaggi sono ripresi dall’alto, altri frontalmente, altri entrano nel bar e si avvicinano timorosi. Il montaggio è serrato, ogni sequenza non dura mai più di due minuti e si conclude con lo schermo nero in dissolvenza. E poi via con un nuovo personaggio, un nuovo desiderio da esaudire, una nuova storia da ascoltare. Lo svolgimento nella trama, in sintesi, non ci viene mostrato tramite immagini, ma raccontato tramite le parole dei personaggi. Mentre il misterioso Mastandrea annota ogni dettaglio su un librone, dal quale sceglie i compiti da assegnare, noi prendiamo nota mentalmente, sforzandoci di rimanere dietro ad ogni sotto-trama.

The Place è coraggioso anche nella caratterizzazione dei personaggi e nella gestione di un cast stellare di attori.

Qualche esempio? Silvio Muccino, che tutti conosciamo per il travagliato rapporto con la famiglia, interpreta in modo quasi autobiografico un criminale in conflitto con il padre. Alessandro Borghi, che nel suo recitare sfrutta moltissimo lo sguardo dei suoi occhi di un blu glaciale, interpreta un cieco. Molti attori, dunque, sono costretti ad allontanarsi dalla propria comfort zone e ad addentrarsi in ruoli difficili, seppur di minutaggio limitato. Un appunto sulla recitazione: alcuni personaggi, forse perché l’impostazione del film sembra più adatta a una pièce teatrale che al grande schermo, sembrano troppo composti e poco naturali. Altri invece, da un ottimo Rocco Papaleo a Vinicio Marchioni ( “Il Freddo” di Romanzo Criminale), giustamente sporcano la propria parlata in modo da sembrare persone comuni, quali in effetti sono.

Mai come in questo caso, sarà fondamentale la risposta commerciale.  

Se il pubblico sarà disposto a fare un passo in più, ad andare oltre l’intreccio narrativo e a riflettere sui temi esistenziali che ne scaturiscono, allora Genovese avrà fatto centro. E’ molto intelligente creare un percorso quasi personale con il proprio pubblico, partire da film più semplici e poi addentrarsi in temi più complessi. Anche perché Genovese lo fa con uno stile unico e peculiare, perfettamente riconoscibile, e soprattutto con un film corale, dannatamente coraggioso e interessante.

 

#RECENSIONE: “The Place” di Paolo Genovese
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Laureato in Economia per Arte, Cultura e Comunicazione, ha una spiccata passione per il marketing cinematografico. Cresciuto a pane e Mostra del Cinema di Venezia, ha in Roman Polanski e Woody Allen i suoi maestri. Le Serie TV sono una passione più recente, da Mindhunter a Mr.Robot

“Louis, credo che questo sia l’inizio di una bella amicizia..”

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