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Spielberg struttura i suoi film come fossero dei romanzi, ma con l’impronta digitale. Le storie per ragazzi, il romanzo di formazione (Spielberg è un romanziere cinematografico), sono nel suo DNA. Personaggi ironici e spavaldi, operette buffe e protagonisti goffi, ben scolpiti nella loro personalità e indirizzati verso l’autoconsapevolezza; i tratti somatici descritti minuziosamente, la morale, il lieto fine.

Quale demiurgo ed esperto affabulatore attinge dal pozzo della sua sapienza narrativa traendo una storia per ragazzi di oggi e di ieri, alle prese con un futuro distopico dove regna sovrano il degrado e la realtà aumentata di Oasis, videogioco che ha ormai pervaso l’ordine del giorno umano ad ogni livello. I ragazzini si ritrovano sin dalle prime battute invischiati in una duplice e perniciosa corsa all’oro, si combatte nella realtà così come nella virtualità, come scopo la supposta eredità dell’istrionico miliardario Hallyday.

La posta in gioco è molto più alta: salvare il proprio mondo e il replicato virtuale, a dispetto di una classe dominante adulta e degenere che lo sta mandando in rovina per i propri interessi aziendali.

Pulita, lineare, questa storia di piccoli e improbabili eroi rispecchia alla perfezione l’armoniosa costruzione semantica della filmica di Spielberg, un regista dalle molte sfumature ma al tempo stesso saldamente fedele ai propri dogmi registici. Il film vive di citazioni: cosa un pò figlia del libro di Clyne che ha avuto successo proprio grazie a questo, il film la amplia sparando col cannone più potente che esista: l’immaginazione su pellicola. Anche noi stessi e il nostro modo di apparire, che sta collimando sempre di più col modo di vivere, siamo citati continuamente, il nostro rapporto con gli avatar virtuali.

 ..E se Willy Wonka fosse stato un designer di videogiochi invece di un produttore di dolci?  

Il concept del film è scaturito da una lettura particolarmente piacevole. La pellicola è basata sull’omonimo bestseller di Ernest Cline, un fenomeno mondiale: sembra che l’entourage del regista e l’autore siano entrati casualmente in contatto in un incontro con tema La decadenza di Atari: Adventure. Quali migliori auspici? L’intoppo principale: non incappare nell’autocitazionismo nel realizzare il film dato che l’omonimo libro è una miniera di informazioni su Spielberg.

Dirà il regista: “Nel libro c’erano molti riferimenti ai miei film come regista e produttore degli anni ’80, ma non volevo che il film mostrasse lo specchio di me stesso. Abbiamo lasciato giusto un paio di riferimenti, ma sono soprattutto le impronte culturali che altri registi, artisti, stilisti e musicisti di quell’epoca hanno lasciato”. In tale tripudio di citazionismo anni ’80, il buon Steven rievoca le sue più storiche collaborazioni per incartare la caramella: per le musiche, Alan Silvestri (Ritorno al futuro e Forrest Gump), al montaggio Michael Khan (Salvate il soldato Ryan, I predatori dell’arca perduta), alla fotografia Janusz Kaminski (Schindler’s list). Molte glorie di Hollywood aggiungono un pezzo di sè a questo film.     

Tema etico: la scelta. In Oasis puoi essere tutto ciò che vuoi. Ma è davvero libertà di scelta? E a quale prezzo? L’idea iniziale è venuta dal gioco Atari Adventure, che è stato il primo videogioco ad avere un Easter Egg: il suo designer, Warren Robinett, aveva creato una stanza segreta nel gioco che al suo interno mostrava il suo nome. Palese ed intenzionale il tributo a Willy Wonka e Steve Jobs. Halliday mi interessa particolarmente come personaggio. Tra le stringhe del suo videogioco ci incastra letteralmente la sua vita. La caccia all’Easter Egg è il suo testamento, un grido disperato (e insperato) dall’oltretomba, quelle cose che in vita non è mai stato in coraggio di fare o di dire, e nemmeno di accettare di se stesso. L’antagonista IOI rappresenta (volontariamente?) uno spin-off interessante sulle vicissitudini dell’industria informatica. Compagnie più grosse o più piccole si mangiano come in un Pac-Man, le persone incantate come serpenti e successivamente sacrificate sull’altare dell’iperconsumo, che porta alla perdita di tutto, e in extremis della vita stessa.

Ready Player One descrive veramente il nostro futuro o è già il presente?

 Anche un occhio non esperto noterebbe quanta attenzione sia stata riposta nell’estetica e nella pregevolezza del vestito grafico del film; ”I livelli che dovevamo raggiungere per portare OASIS sul grande schermo sono stati una delle cose più complicate che abbia mai fatto”- ha dichiarato Steven Spielberg -“C’erano motion capture, live action, animazione al computer. Sembrava davvero la realizzazione di quattro film in contemporanea”.

Il regista ha persino utilizzato degli strumenti della realtà virtuale di oggi per meglio rendere quella di domani su cui si basa OASIS; specificherà poi: “Ogni singolo set in OASIS è virtuale, quindi hanno creato un avatar per me che mi ha permesso di camminare attraverso lo spazio e vedere il vero set. Una volta capito come avrei dovuto girare ogni sequenza, ho chiesto agli attori di indossare le visiere in modo che potessero avere un’idea di come fosse il loro ambiente. Altrimenti si girava in una grande stanza bianca piena di macchine da presa digitali che ti riprendevano dall’alto in basso. È difficile per qualsiasi attore o regista muoversi su un set vuoto e provare a immaginare cosa ci sia. Con le visiere, non dovevamo immaginare. Tutto quello che dovevamo fare era ricordare com’era quando eravamo nel ‘volume’ del motion capture. Usando gli occhiali VR, ho potuto effettivamente entrare nei set digitali, ottenere una visione a 360 gradi degli ambienti, e capire le angolazioni della telecamera nelle riprese”.

In sostanza si tratta della macchina da presa più intelligente mai progettata.

Spielberg ha 70 anni e ci parla di futuro, videogiochi e tecnologia, questo è spiazzante. Sembra quasi che i suoi film seguano un tracciato evolutivo-descrittivo del nostro immaginario, e lui stesso sembra stia seguendo personalmente questo percorso. La difficoltà realizzativa del film è notevole: come il regista stesso afferma, ”C’erano motion capture, live action, animazione al computer… Ho persino utilizzato degli strumenti della realtà virtuale di oggi per dirigere le riprese della realtà virtuale di Oasis. Sembrava davvero la realizzazione di quattro film in contemporanea”. Usando gli occhiali virtuali VR il regista è potuto entrare effettivamente nei set digitali, ottenere una visione a 360 gradi degli ambienti, capire le angolazioni della telecamera nelle riprese. E’ stata un’esperienza nuova per tutta la produzione, che ha dato il via a molte opportunità per Steven. Anche se, ne siamo certi, la tecnologia per lui è solo un raffinato strumento per ambire a maggiori traguardi visivi; al centro, come sempre, i personaggi e la loro storia.

Inoltre è stato un vero signore: il film rivive negli anni ’80, lui E’ una leggenda vivente degli anni ’80, eppure non si autocita mai se non in un paio di occasioni. Chapeau.

#RECENSIONE: Ready Player One di Steven Spielberg
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Mattia Soddu

Vive la propria vita come fosse un film, ne scrive per naturale conseguenza. Affetto da una seria forma di bipolarismo (pluri?) sin dai teneri natali, è capace di ridere a crepapelle per un horror come di piangere amaramente con un cartone animato. Cinico e bastardo al giusto grado. E’ brutalmente affascinato dal Giappone, non sa il perchè.

“Louis, credo che questo sia l’inizio di una bella amicizia..”

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