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Quando è uscito questo film, ho pensato: “No dai basta! Un altro film con Claudia Gerini”. Dopo Ammore e malavita e Suburra-La serie, non ne potevo più! E invece devo dire grazie!

Nove lune e mezza è un film completo, educativo, estremamente contemporaneo ma soprattutto con una grande impronta femminile.

Michela Andreozzi si mette in luce al suo debutto come regista, lei che vanta una navigata carriera da attrice.

Da dove iniziare? Il grande elefante rosa nel film è la maternità surrogata. Due sorelle, Livia (Claudia Gerini) e Tina (Michela Andreozzi), hanno un rapporto simbiotico, pur avendo due approcci differenti alla vita. Livia suona il violoncello in un gruppo d’archi tutto al femminile, mentre Tina è un vigile urbano senza troppe pretese nella vita. Livia e il suo compagno Fabio(Giorgio Pasotti) vivono in una casa dal sapore orientale e un po’ hippy, il loro rapporto è scandito dai rispettivi impieghi, ma il legame che li unisce è sicuramente un amore passionale. Al contrario Tina è fidanzata con Gianni (Lillo), ossessionata dal fatto di non poter avere figli e vive la relazione con qualche difficoltà.

Due donne moderne, in sintesi. L’una non è intimorita da quello che può essere il parto bensì da ciò che comporta effettivamente mettere al mondo un altro essere umano e i relativi sacrifici. L’altra non vede l’ora di dedicarsi interamente alle gioie di essere madre. L’idea vien da sé: a Livia verrà impiantato, con estrema segretezza, un ovulo della sorella Tina fecondato da uno spermatozoo di Gianni, e la frittata è fatta! Nei successivi nove mesi la vera partoriente dovrà essere Tina, sia per la sua famiglia che per la legge Italiana.

Il film è reso ancor più contemporaneo da tematiche di sottofondo che nel 2017 in realtà ci perseguitano.

Il fratello di Tina e Livia è neo-catecumenale e non mancherà di ricordare l’opinione della chiesa riguardo il fatto si sostituirsi a Dio nella creazione. Gianni invece ha tendenze razziste ed è il classico italiano medio con la mente annebbiata da stereotipi e modi di dire. Il compagno di Livia è vegano, e la tisana allo zenzero è il suo unico credo. Il ginecologo interpretato da Stefano Fresi è sicuramente il personaggio che crea più simpatia all’interno del film, è quello al quale sorge l’idea dello scambio di uteri ed è come un don Abbondio che sancisce ancor di più questo legame di sorellanza.

Egli ha per primo una famiglia composta da due bambini vivaci e, guarda caso, un compagno, alto, barbuto e premuroso. Dopo la religione, il razzismo e l’attenzione al cibo ecco che appaiono anche le unioni omosessuali con relativa prole. Un piccolo cameo ce l’ha anche Arisa che con due battute rappresenta le ragazze madri abbandonate dai propri compagni, che però non vedono l’ora di riempirsi l’esistenza con un pargolo. Cosa manca? Forse il tema dell’adozione? Ah no c’è anche quello.

Data la pienezza di argomenti delicati, il tono è stemperato con un bel po’ di comicità all’italiana, che non desatura affatto i concetti ma ne risalta ancora di più i lati tragicomici.

Le tematiche sociali e l’umorismo non creano cacofonie ma si mescolano in una sfumatura di realtà come in un discorso tra amici.

E’ presente più di un momento dedicato alla spiegazioni dei fatti reali. Come in un libretto di istruzioni, a turno i personaggi enunciano lo stato delle leggi in Italia nei loro ambiti di competenza. Se il tema principale è la maternità surrogata ecco che ci viene spiegato che tutta la trama del film è in realtà un reato per lo stato italiano, punibile con due anni di reclusione e un multa di un milione di euro. Un secondo tasto dolente sono i figli della coppia omosessuale. Nel film si spiega che i bambini sono nati in Canada con le stesse modalità di “utero in affitto”,ma in Italia l’unico tutore legale dei bambini è solo un membro della coppia. Tutto chiaro!

Il film è uno spaccato di contemporaneità italiana che non lascia spazio all’immaginazione.

I personaggi di Livia e Tina sono psicologicamente approfonditi in maniera magistrale, per niente stereotipati, con entrambe dei solidi legami con la realtà. Ho apprezzato moltissimo che Livia non venga descritta come donna immatura che non vuole avere figli perché non sa badare a se stessa, ma che tutto sorga da una profonda consapevolezza di sé e del fatto che la sua vita le basta così com’è.

Al polo opposto troviamo il fratello neocatecumenale e il padre comunista, personaggi che invece vengono esagerati per creare comicità. In questo cocktail perfettamente bilanciato di realtà e comicità la regista non nega di aver voluto mettere in scena qualcosa di parzialmente autobiografico frutto di un percorso personale. Qualcosa di fruibile a tutti che non manca di spunti di riflessione.

#RECENSIONE: “Nove lune e mezza”
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Laureata in design della moda, appassionata lettrice, ricerca sempre quel dettaglio che faccia la differenza. Il suo film preferito “da piccola” era Nightmare before Christmas, il suo film preferito “da grande” è Arrival. Sognatrice ad occhi aperti seriale, spesso immagina di ritrovarsi sul set di un film con Alfred Hitchcock, Milena Canonero, Jack Nicholson e Cher.

“Louis, credo che questo sia l’inizio di una bella amicizia..”

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