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Cavalcando l’ondata di nostalgia anni ’80 che sembra pervadere lo stile e le impressioni visive degli ultimi anni, GLOW ci racconta una nicchia di vera storia televisiva americana che vede protagoniste donne sorprendentemente moderne.

Ambientata a Los Angeles, la serie firmata Netflix descrive il percorso personale e professionale di Ruth Wilder, aspirante attrice dalle vedute tutt’altro che sessiste, che la portano ad essere scartata da diversi provini cinematografici per parti femminili. Tra questi, Ruth cerca di ottenere una parte in un nascente programma di wrestling, “Glorious Ladies of Wrestling” (G.L.O.W.), dove fa la conoscenza di donne dai tratti stravaganti. A dirigerle è il regista Sam Sylvia, brusco nei modi e deciso a risollevare la sua mediocre carriera cinematografica attraverso un nuovo format televisivo.

La bizzarra squadra formatasi dovrà affrontare goffi allenamenti e prove di interpretazione volutamente stereotipate, allo scopo di attrarre l’attenzione del pubblico medio e garantire la riuscita dello show. Compaiono così figure come Beirut (il personaggio mediorientale di Arthie) o Welfare Queen (l’alter ego dell’afroamericana Tammé) e molti altri cliché legati ora alla razza ora all’aspetto fisico delle attrici.

Impronta al femminile

GLOW, debuttata sulle piattaforme Netflix a livello globale il 23 giugno 2017, è nata dalla creazione di Liz Flahive e Carly Mensch e annovera tra i produttori esecutivi Jenji Kohan, già ideatrice nel 2013 della serie Orange Is The New Black. Non stupisce dunque l’impronta tutta al femminile che fa da sfondo all’intreccio, né la caratterizzazione “alla Piper” che delinea il profilo di Ruth.

La protagonista di GLOW è testarda e oltremodo sicura di sé, persevera nei suoi intenti anche quando ignorata o accusata di aver tradito la sua migliore amica, Debbie. Quest’ultima affascina a tal punto il regista da finire per coincidenza nel cast dello show, diventando ironicamente l’antitesi di Ruth. Così, il confronto che le segna nella vita vera si ripete ironicamente nella dialettica USA-Unione Sovietica che le due amiche interpretano sul ring.

Tra tutte le lottatrici, Ruth spicca per essere l’identità più genuina, versatile e pulita dell’intero collettivo. E’una protagonista forte, che si cimenta all’inverosimile in quella che appare più come una rivincita personale sui colpi subiti in passato che come un’interpretazione da attrice.

Stereotipi

Oltre che avvalersi di una coinvolgente componente femminile, la serie affronta di petto il tema dello stereotipo. I personaggi interpretati dalle pseudo-lottatrici abbondano volutamente di cliché per scelta del regista e del produttore, l’eccentrico Sebastian. “Non è un giudizio,” spiega Sebastian. “È solo ciò che io e il mondo intero vediamo con i nostri occhi”.

Eppure tali costruzioni psicologiche, per contrasto, fanno risaltare l’autenticità e la complessità interiore che ogni membro del team rivela dietro le quinte. Il pregio di GLOW è proprio quello di immaginare tutto quello che sta dietro la costruzione di un format apparentemente offensivo nei confronti di certi immaginari collettivi – che negli anni ’80 non erano scevri da critiche e tabù. E la semplicità con cui i personaggi tornano persone, una volta scesi dal ring, rende la serie impercettibilmente sincera e attuale.

In estrema sintesi GLOW si presenta ad un tempo come una serie divertente e sovversiva. Gli sceneggiatori sono abili nel trarre a proprio vantaggio la nostalgia indotta da tutti quegli elementi catchy tipici degli anni ’80. Parliamo in particolare delle luci al neon, che sono il tema dell’intera sigla, delle musiche da jukebox, di abiti e capigliature al limite dell’eccentrico. Un cast di rilievo conta interpretazioni brillanti, tra cui quelle di Alison Brie, Marc Maron e di Britney Young, e compone un mosaico ben assortito di espressività non scontate.

I combattimenti sul ring restituiscono un mix di tonfi e sequenze quasi sgraziate, ma del tutto coerenti con la finzione che si vuole creare. E sotto lo strato di glitter e tinte fluorescenti che colorano le sue inquadrature, GLOW riesce a essere una serie fresca e intelligente. Molteplici sono gli spunti di riflessione attuali e simpaticamente nascosti tra scontri fisici e verbali, tra personaggi veri e recitati, tra aspiranti lottatrici e lottatrici nella vita.

#RECENSIONE: Glow
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Tommaso Tagliabue

Appassionato di ogni genere, tranne gli horror che non fanno dormire e i western. Accanito sostenitore della visione in sala, apprezza per di più la fotografia e l’estetica di un film, ma ha un occhio di riguardo anche per la sceneggiatura. Xavier Dolan è il suo dio – ma in fondo è politeista.

“Louis, credo che questo sia l’inizio di una bella amicizia..”

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