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E’ notizia di questi giorni che Guillermo Del Toro tornerà alla ribalta nei prossimi mesi cimentandosi nel suo primo film di animazione. Le avventure di Pinocchio. Storia di un Burattino., romanzo del 1883 di Carlo Collodi, sarà lo spunto che porterà il regista a intraprendere questa nuova strada. Ma non sarà certo il primo a cimentarsi nella trasposizione cinematografiche di uno dei romanzi per ragazzi più famosi di sempre.

Pinocchio infatti debutta sul grande schermo già all’epoca del film muto, con la regia di Giulio Antamoro; il personaggio viene però interpretato qui da un adulto, Ferdinand Guillame. Epica la scena in cui Pinocchio, subito dopo essere diventato animato, fugge dal laboratorio di Geppetto seminando il panico in città. La pellicola del 1911 è piuttosto adesa alla trama tradizionale collodiana, seguendone narrativamente tutte le vicende, dalla comparsa della Fata Turchina al Paese dei Balocchi.

La più celebre rappresentazione cinematografica di Pinocchio è senza dubbio il cartoon Disney del 1940. La produzione del film fu più turbolenta che mai: dopo oltre 6 mesi di produzione i lavori dovettero ricominciare da capo per via di Walt Disney, non pienamente soddisfatto del risultato. Fu il primo film di animazione a vincere un Oscar concorrendo con i suoi rivali “più tradizionali”. Nonostante questo il film risultò un flop al botteghino, più che altro per motivi geo politici: uscendo nel pieno della Seconda Guerra Mondiale, il suo mercato fu sostanzialmente limitato al solo suolo statunitense. Dal 1945 in avanti divenne invece un successo globale, tanto da essere riconosciuto come uno dei grandissimi classici Disney, se non addirittura il migliore. Pinocchio ebbe un tale impatto sulla cultura popolare da arrivare a superare lo stesso romanzo di Collodi; basti pensare che nel libro il protagonista veniva definito così: “Pinocchio è una fredda, scortese, ingrata creatura disumana che spesso respinge la compassione e impara le sue lezioni solo per mezzo di brutali torture”. Appare piuttosto lampante come i successivi remake si siano dunque ispirati più al cartoon che alla storia originale…

Nonostante le prime sfortune del film Disney si siano dunque dissipate in favore di un successo a livello globale, è curioso il fatto che moltissime produzioni legate al romanzo collodiano abbiano continuato ad avere sorti avverse.

Basti pensare che il primo film d’animazione della storia italiana sarebbe dovuto essere proprio Le avventure di Pinocchio, del 1935: finanziato da Alfredo Rocco e prodotto dalla CAIR (Cartoni Animati Italiani Roma) in un tentativo di opporsi allo strapotere americano in quel campo, il film risulta tutt’oggi incompiuto a causa degli elevati costi di produzione non preventivati e ad una attrezzatura molto poco specializzata. Nel ’72 Giuliano Cenci provò a sviluppare un cartone animato il più possibile fedele al romanzo; il lavoro durò 5 anni durante i quali collaborarono oltre 50 maestranze. Una volta finito il film però non venne venduto come meritava, passando solamente per circuiti regionali. Beffa delle beffe: nel 2013 il regista decise di restaurare il proprio film dividendo le spese con Cineteca Nazionale. Dopo tale restauro la RAI commercializzò e vendette 1000 copie, dopo aver offerto a Cenci 750 euro per il copyright (il quale cedette i diritti ad uso gratuito). Volendo commercializzarne altre copie, tornò dal regista proponendogli zero euro; lui rifiutò e il titolo venne tolto dal catalogo. Nei primi anni 2000 anche D’Alò si volle cimentare nella direzione di un film ispirato a Pinocchio; sfortuna volle che proprio quell’anno entrò in produzione il film di Benigni che, con una produzione multimilionaria, avrebbe rischiato di oscurarne il progetto; la produzione di D’Alò slittò di quasi 10 anni…

Abbiamo citato Pinocchio di Benigni, titolo che vale un approfondimento a sé stante: forte del successo de La vita è bella agli Oscar dell’anno precedente, il maestro toscano decise di buttarsi in quella che tutt’oggi rimane la produzione cinematografica italiana più costosa della storia (intorno ai 45 milioni di euro).

Con una gestazione di quasi due anni, il film però non ottenne il successo desiderato. Sebbene in Italia andò piuttosto bene superando i 25 milioni di incasso, la differenza la fece il mercato americano: candidato come rappresentante del cinema italiano agli Oscar, il film non venne accettato e al botteghino risultò un flop clamoroso. Seppur alcuni critici attaccarono la mancanza di passione nella recitazione della Comencini e di Benigni stesso, le motivazioni dell’insuccesso internazionale stanno nella sbagliata scelta dei distributori americani: credendo di dare un plus al film, decisero di farlo doppiare, invece che farlo sottotitolare come il 99% dei film di importazione. Seppur il cast di doppiatori potesse contare su nomi altisonanti, tale scelta stonò apertamente con il tipo di pubblico a cui era indirizzata la pellicola e così gli incassi bastarono a malapena a coprire i costi di produzione.

Il giovane burattino, che in realtà è una marionetta (ndr), compare anche come comparsa in numerosi film e serie Tv di successo. Tra le tante ricordiamo Shrek, la saga animata di produzione Dreamworks ispirata alla fiaba di Wiulliam Steig, in cui compare in tutti i film (Shrek, Shrek 2, Shrek terzo, Shrek vissero felici e contenti) oltre che nei corti successivi, e Once upon a time,  serie tv di 7 stagioni ambientata in una cittadina marittima chiaramente inventata, Storybrooke,  in cui si intrecciano moltissimi elementi e personaggi delle storie Disney, tra cui anche Pinocchio.

Riuscirà dunque Netflix, affidando un progetto tanto ambizioso quanto rischioso ad uno dei registi del momento, a portare a casa l’ennesimo successo, o cadrà nella bocca della balena? Ai posteri l’ardua sentenza.

Pinocchio: una filmografia tutt’altro che semplice
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Producer di professione e redattore per passione, vive con entusiasmo e curiosità tutto ciò che gravita intorno al mondo della settima arte. Amante dei festival cinematografici così come della comoda accoppiata divano-Netflix, era uno dei massimi esperti di binge watching ancor prima di sapere cosa volesse dire.