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Nell’universo seriale italiano, non c’è dubbio che il genere crime-noir sia un fiore all’occhiello: lo sappiamo fare a livello produttivo e siamo anche bravi a venderci nel panorama internazionale. Sto ovviamente pensando a Gomorra e Romanzo Criminale, pietre miliari della nostra storia recente e sintomo di grande lungimiranza produttiva da parte di Sky, o a Montalbano, tra i prodotti più amati e longevi anche all’estero, o alla prima serie nostrana targata Netflix, ossia Suburra.

Nonostante questi illustri predecessori, mi sento di dire che Petra costituisce un esperimento nuovo e coraggioso, da premiare. In primis per l’audacia di trasporre una serie di best-seller spagnoli (gli splendidi romanzi di Alicia Giménez-Bartlett) in un prodotto italiano, ma mai stereotipato. Paola Cortellesi, invece che a Barcellona, si muove tra le strade di una Genova cupa e sfuggente, un’ambientazione splendida e conturbante, che ci fa riscoprire una città dal grande potenziale cinematografico. La protagonista si chiama Petra Delicato (e non “Delicado”, alla spagnola), ma a parte questo dettaglio ricalca fedelmente le caratteristiche originali: un’ispettrice di polizia dal carattere indipendente, con due matrimoni alle spalle, molto spesso solitaria e scontrosa, sempre disinibita e intrinsecamente affascinante. A farle da perfetto contraltare è il vice-ispettore Antonio Monte (Andrea Pennacchi), anche lui lupo solitario ma decisamente più umano, con un’indole romantica e sognatrice soffocata da una tristezza di fondo, dovuta alla perdita della moglie.

Petra è una miniserie di 4 episodi da circa 80 minuti a episodio, dunque il tempo per costruire la giusta chimica tra i due protagonisti non è molto, ma è proprio questa la chiave di volta della serie. Rapidamente i due diventano indispensabili l’uno per l’altro, si sostengono e supportano come una coppia di vecchi amici, in un continuo incrocio di ruoli: ragionando per obsoleti “stereotipi televisivi”, è Petra ad avere i tratti più maschili e pratici, ma spesso è Antonio a prendere la situazione in mano, con il suo tocco rassicurante e istituzionale.

I quattro episodi della serie sono in evidente crescendo a livello di complessità degli intrecci di trama: si passa da uno stupratore seriale, al traffico illecito di cani, addirittura a una misteriosa setta di eunuchi. Come detto è però l’interazione tra i personaggi a costituire il fulcro narrativo degli episodi, e dunque l’elemento “giallo” passa quasi in secondo piano.

Paola Cortellesi è assolutamente credibile e in parte, forse soffre di una eccessiva rigidità dal punto di vista dei movimenti e delle espressioni facciali, risulta alla lunga un pò “schematica” nei suoi atteggiamenti. Resta comunque un personaggio d’impatto, simbolo di indipendenza e di femminilità: da grande amante dei romanzi della Bartlett, ho apprezzato la cura dei dettagli nel ritrarla nei suoi quotidiani attimi di nevrosi, nei suoi commenti sprezzanti e nella sua apparente insensibilità.

Se c’è infine una cosa che l’intramontabile Montalbano ci ha insegnato è che una serie di successo si costruisce tramite i personaggi di contorno, che spesso popolano le storie poliziesche e che contribuiscono a dare un tocco di colore e di credibilità. Ben fatto anche su questo punto: nessuna caricatura o stereotipo nel ritrarre il sottobosco di una Genova sempre misteriosa, terra di passaggio e porto sicuro allo stesso tempo.

“Petra”: una miniserie Sky di livello internazionale
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Laureato in Economia per Arte, Cultura e Comunicazione, ha una spiccata passione per il marketing cinematografico. Cresciuto a pane e Mostra del Cinema di Venezia, ha in Roman Polanski e Woody Allen i suoi maestri. Le Serie TV sono una passione più recente, da Mindhunter a Mr.Robot

“Louis, credo che questo sia l’inizio di una bella amicizia..”

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