fbpx
Ti sarà inviata una password per E-mail
Tempo di Lettura: 7 minuti
Qualche sera fa ho rivisto “Perfetti Sconosciuti”, l’ottimo film di Paolo Genovese che nel 2016 è stato un grande successo di critica e di pubblico.
La mia terza visone in tre anni mi ha consentito di mettere a fuoco il perchè del mio gradimento di questa commedia che fotografa così bene vizi (tanti) e virtù (poche) di noi italiani. La mia consapevolezza sul valore e sui significati di questo film come dicevo è stata progressiva.
La mia prima visione infatti, al cinema Bianchini sopra i tetti della Galleria di Milano in una tiepida serata di settembre, poteva essere stata influenzata da quel magico luogo.
Invece no. La sensazione e direi la sorpresa di quella sera, di aver visto un film non solo molto gradevole e ben recitato ma ideale per riflettere sul nostro modo di stare al mondo, è stata confermata e amplificata dalle due visoni successive, più attente e analitiche, sul divano di casa con bloc notes al fianco.

La trama la ricorderete tutti ma facciamo un ripasso.

Interno sera in una elegante palazzina romana a casa di Eva e Rocco, che invitano gli amici storici per una cena in occasione di una eclissi di luna. I padroni di casa sono una psicologa e un chirurgo estetico, coppia in crisi. Gli amici di sempre sono Cosimo con la neo sposa Bianca, i coniugi Lele e Carlotta e infine Peppe, insegnante di educazione fisica sovrappeso e disoccupato, di recente fidanzato con Lucilla che non è presente alla cena per una influenza.
Tra antipasti, gnocchi e polpettone Eva propone di fare un gioco: ognuno deve mettere il cellulare sul tavolo e condividere in diretta i messaggi ricevuti e mettere in viva voce le telefonate. Dopo le prime titubanze tutti accettano, per dimostrare di non avere niente da nascondere, e da qui inizia una progressiva “discesa” in una serie di verità che rischiano di distruggere le coppie e di mettere in crisi l’amicizia del gruppo.
Niente di irreparabile, anche se ogni piccolo o grande segreto è motivo di confronto, talvolta scontro e rivalutazione dei rapporti.
Ma il gioco “deraglia” nel dramma in seguito alla segreta richiesta di scambio di telefonino fatta da Lele a Peppe, perché il primo ogni sera riceve una foto osè dalla sua amante. La cosa puntualmente accade e una immagine hard arriva a Peppe che, dovendola mostrare, raccoglie i suoi primi grandi complimenti sul fronte sentimentale. Si innescano a catena una serie di rivelazioni successive, la più dirompente è quella dei tradimenti di Cosimo, che aspetta un bambino dall’amante Marika e in parallelo esce anche con Eva, che distrugge definitivamente il gruppo fino all’eclissi totale della luna e della loro amicizia.

Alla fine della cena, dopo che tutti se ne sono andati, scopriamo, nel mio caso con vera sorpresa, che il gioco non è mai avvenuto.

Gli amici sotto casa si salutano come sempre, mentre Rocco ed Eva, dopo aver sparecchiato, sono in camera da letto. E’ lui che ha insistito per non giocare spiegando alla moglie che “Siamo tutti frangibili, chi più chi meno, e quella scatola nera ci può uccidere” indicando il telefonino.
Tutto quello che abbiamo visto è dunque un “se fosse” che rimane nascosto e lascia tornare ognuno alla sua vita e alle proprie piccole e grandi verità nascoste.
Ed è proprio la visione ripetuta di ogni scena che rende più completa e godibile l’analisi del racconto e se volete la scelta fra verità e bugia. Sono infatti la scomposizione dei dialoghi e la scansione degli sguardi ad aiutare a darci la risposta alla domanda “esistenziale” che immagino ci siamo fatti tutti. Ovvero: in amore e in amicizia è meglio la verità (spesso cruda) o le tante cose non dette e le “bugie bianche” che consentono di difendere la nostra comfort zone? Ed è il nostro essere imperfetti che sconsiglia di aprire la propria scatola nera e quella dei nostri cari?
E da qui le riflessioni diventano tante. Le due principali a mio parere sono il ruolo della tecnologia e il suo rapporto con la verità, e soprattutto quanto la verità aiuti a vivere meglio con se stessi e gli altri.

Dal film appare limpida la percezione di come il telefonino rappresenti allo stesso tempo il miglior facilitatore di relazioni e il peggior nemico per mantenerle.

Il fatto che tutto sia facile e veloce (e per questo anche superficiale), che le cose più serie possano sembrare un gioco, dimostra quanto sia potente e pericoloso l’oggetto che abbiamo in mano tutti i giorni. Ci nascondiamo dentro grandi segreti e teniamo vive memorie di vite parallele (che spesso preferiamo non cancellare) senza pensare alle conseguenze o peggio decidendo di sfidarle.
Lì dentro c’è il nostro personale equilibrio fra verità e bugie, l’anima nera con cui ognuno di noi convive, in versione amplificata e conservata. Ma allora è giusto proteggere se stessi e gli altri mantenendo i propri segreti e quelli degli altri o la verità rende liberi? Il film sembra optare per la prima strada ma il messaggio, avendo raccontato così bene le conseguenze della seconda, è di lasciare ad ognuno la propria decisione. Non formulo la mia teoria anche se forse qui “in medio stat virtus” ovvero solo verità per chi la merita.

Infine, qualche riflessione generale e tecnica sul film è doverosa. 

Non solo perché Perfetti sconosciuti è veramente un buon film, ma perché è l’equilibrio fra scrittura, regia e recitazione ad averlo reso così efficace nel suo racconto.
Il soggetto, che attinge molto dal cinema francese e americano, è di Paolo Genovese che gli dà una cifra tutta italiana. Fin dai suoi inizio come regista pubblicitario, in Genovese è sempre stata forte la capacità di andare nel profondo e di lavorare con gli attori e per gli attori. La sua macchina da presa si muove lenta fra i singoli protagonisti e la tavola, indugiando sui volti e sulle dinamiche di relazione.
Il set, una sala e una cucina a vista calde e accoglienti, rappresentano il palcoscenico ideale per raccontare ogni singola storia in una atmosfera dapprima di protezione e poi di scontro.
Gli attori sono parte del meglio che il cinema italiano può offrire.
Su tutti ci sono Marco Giallini, che in qualche modo è il “Caronte” della serata, e Valerio Mastandrea che, con la sua dimostrazione di amicizia assoluta nei confronti del goffo Giuseppe Battiston, lascia una speranza che gli amici veri possano esistere.
Con loro sono perfetti nel ruolo anche Alba Rohrwacher, Edoardo Leo e Anna Foglietta.

Citazione particolare per Kasia Smutniak che impersona perfettamente le frustrazioni di una moglie e madre (della ormai non più rivelazione Benedetta Porcaroli che con poche scene e una telefonata memorabile fotografa perfettamente la distanza fra generazioni) incapace di svolgere al meglio il proprio ruolo.

Perfetti Sconosciuti è attuale quasi più oggi che tre anni fa perchè parla di un mondo fatto di precariato (lavorativo ma anche sentimentale), di legami fragili e di sogni impossibili. Da vedere e rivedere quindi, per scoprirne qualche godibilissimo segreto in più e per riflettere sul peso delle scelte giuste o sbagliate.
Perfetti Sconosciuti: un film da vedere e rivedere
Rate this post
Pubblicitario per professione e abbonato “da sempre in prima fila” alla poltrona per cinema e TV. Da 40 anni divora ogni cosa di celluloide e ha eletto Lost come serie della vita. Parafrasando Parenthood: per lui quando si spegne la luce in sala o a casa “Tutto può succedere!”

“Louis, credo che questo sia l’inizio di una bella amicizia..”

La newsletter di RumoriFuoriScena è gratuita. Breve. Scritta da amanti del cinema per amanti del cinema.

Iscriviti alla newsletter!

Vai alla barra degli strumenti