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Partiamo da una considerazione: It non è puramente un romanzo dell’orrore, e tantomeno intende esserlo la sua trasposizione cinematografica. La paura qui è la causa, non l’effetto, così è nei personaggi e tantopiù arriva negli spettatori. Se vi fosse sembrato orrore fine a se stesso, le colpe sono imputabili alla regia, che aveva l’ingrato compito di stampare una lotta di stati d’animo su pellicola, di dipingere la trasfigurazione visionaria di una isolata cittadina del Maine, di compiere un attestato di stima letterario verso uno dei più importanti visionari dei nostri tempi, Stephen King.

Tutto comincia dallo schianto di una cometa proveniente da un mondo parallelo e più antico del nostro.

It è una creatura primordiale non solo su un piano temporale. E’ molto più antica della terra, se è per questo. E’ un’entità prelogica, non esiste linguaggio che possa descriverla, può essere a malapena percepita sotto determinate condizioni, come la percepisce King. Dorme sepolta sotto le sembianze di una tranquilla cittadina del Maine, sfuggendo a ogni condizione della fisica.

Vive su un piano percettivo come emanazione di un qualcosa di molto molto lontano, come una divinità che appare in sogno. Se provassimo a descrivere l’entità It come una creatura mostruosa e multiforme che assume la forma delle nostre paure sbaglieremmo, un errore comune a tutti coloro che si affacciano alle porte del fantastico con gli occhi della realtà. Forse per questo la creatura ama giocare coi bambini e non troverebbe in nessun modo divertente terrorizzare un adulto, preda fin troppo facile.

I termini giocare e terrore, accostati, parrebbero ai più ossimorici e dissonanti. Non è di certo così per un clown, che ride per lavoro e ammazza per divertimento. Si direbbe che l’esistenza di un pubblico adatto a certi spettacoli gratifichi la loro, perchè It ama i perdenti, non vorrebbe mai che lo lasciassero solo. Ciò che in interi millenni di esistenza non ha mai trovato sono proprio le condizioni favorevoli affinché quello spettacolo avvenisse.

Capisco perchè questa entità ami vestire i panni di Pennywise, il clown danzante.

Di clown ne abbiamo apprezzati tanti altri, come il Joker in tutte le sue salse più o meno piccanti, il brutale Twisty di American Horror Story, altri meno inquietanti ma per niente a posto, come Bozo, fenomeno televisivo anni ‘60/’70 e ispiratore dello stesso King  o il mitico tossico Krusty il Clown de I Simpson.

Antieroi nell’anima, padroni incontrastati di una realtà vuota e senza senso, che si dimentica dei più, un palcoscenico su cui questi mostri balzellano e spadroneggiano, senza che nessuno riesca a comprenderli e tantomeno fermarli. Maniacalmente devoti a un ideale distorto di giustizia, profeti ed agenti del caos, sono qui per ricordarci qual è il vero prezzo da pagare per i nostri peccati.

L’utilizzo che fanno del corpo, per loro non strumento di vita ma già portatore di morte, è molto interessante: l’oltraggio del corpo, proprio e altrui, provoca un brusco risveglio dalla realtà di sopraffazione e sfruttamento che imperversa, suggerendoci un’alternativa: la rivoluzione continua e senza regole dei visionari.

Sono dei raffinati architetti sociali: realizzare il proprio disegno li porta a godimento e pagano lo scotto di passare per mostri, se necessario. Inevitabilmente, predare anime pure e a loro opposte è per loro somma virtù: una vittoria verificherebbe il mondo ideale, un mondo fatto solo per i pazzi, dove il falso ideale di prosperità è sconfitto e il mondo distorto prende il sopravvento.

Semplicemente, quello che tutti i mostri tentano: portare il loro mondo nel nostro, sentirsi a proprio agio e non essere più mostri.

Portare tali suggestioni su schermo è proprio una brutta faccenda, ma non impossibile, l’horror paga a volte la ‘logica del sobbalzo’ e quella del botteghino, evitando purtroppo di produrre qualità su creature che invece andrebbero proprio approfondite.

Si può fare un interessante mindhunting su una suora assatanata che torna dall’aldilà o su un mostro famelico intergalattico che caccia attraverso incubi, e che diventa piccolo fino a implodere se lo ricopri di insulti. Il Joker è stato debitamente approfondito, Pennywise no, è un terrorista ante litteram e nel doppio impegno cinematografico di IT 1 e IT 2 ritengo sia rimasto ingiustamente inascoltato. La sua personale visione del mondo mi manca all’appello, mi sarei anche semplicemente accontentato di avere solo pochi fotogrammi sui suoi ricordi, perchè c’è paura e complessità nella creatura. Questi esseri, come cartine tornasole, assorbono realtà fino ad avvelenarsi, rilasciando geniali sfumature: niente è più reale e preoccupante delle loro illazioni.

Uno spreco lasciarle lì inascoltate a contorcersi. Il rituale di Chud non è ancora terminato Pennywise, ti hanno dimenticato ma non ancora ucciso.

Perché la saga di IT non rende giustizia a Stephen King
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Mattia Soddu

Vive la propria vita come fosse un film, ne scrive per naturale conseguenza. Affetto da una seria forma di bipolarismo (pluri?) sin dai teneri natali, è capace di ridere a crepapelle per un horror come di piangere amaramente con un cartone animato. Cinico e bastardo al giusto grado. E’ brutalmente affascinato dal Giappone, non sa il perchè.

“Louis, credo che questo sia l’inizio di una bella amicizia..”

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