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Siamo ancora qui a parlare di Tarantino e del suo ultimo discussissimo Once upon a time…in Holliwood, ma non dimentichiamoci che a maggio, in quel di Cannes, ad aggiudicarsi la Palma d’Oro è stato un altro film: Parasite, del maestro coreano Bong Joon-Ho, uscito da pochi giorni in Italia.

Fin dalle prime inquadrature, impossibile non volare mentalmente al bellissimo Shoplifters (“Un affare di famiglia”) di Kore’eda, anch’esso vincitore a Cannes nel 2018. Le dinamiche sociali di fondo descritte in queste due pietre preziose del cinema asiatico contemporaneo sono, al netto, le stesse: differenze sociali, labilità di confini, legami familiari, inganno, lotta per l’autoconservazione al limite della moralità. Al tocco sensibile del regista giapponese, però, che crede fortemente nel vincolo affettivo e lo trasmette in maniera così delicata da riuscire a commuovere, si sostituisce in questo caso l’anestetizzante (ed elegantissimo) cinismo di Bong, che non lascia scampo, dove anche il più stretto dei legami, quello di sangue, familiare, si riduce in fin dei conti a un mezzo per non soccombere, per salvarsi, per arrivare alla sopravvivenza individuale, dei singoli. Non c’è solidarietà o, se c’è, arriva solo fino a un certo punto, per poi cedere il passo alla disgregazione, al caos, all’autodistruzione.
Seoul. In un quartiere popolare, dentro un angusto appartamento seminterrato, ingombro di cianfrusaglie da quattro soldi, troviamo una famiglia seduta per terra. Padre, madre, figlio e figlia, tutti intenti a confezionare scatole di pizza nel minor tempo possibile per racimolare i soldi necessari ad arrivare a fine mese. Dall’altra parte della città, in una magnifica casa in pietra disegnata da un grande architetto, con grandi vetrate e un giardino dove batte sempre il sole, un’altra famiglia trascorre una pigra esistenza, la cui principale occupazione sembra essere la ricerca di personale di servizio che si riveli all’altezza delle aspettative, tra lezioni di inglese e arte terapia. Il quadro di partenza è semplice, essenziale: una famiglia povera e una famiglia ricca, le cui sorti sono destinate a incrociarsi. Cogliendo una fortuita occasione, la famiglia povera riesce infatti a infiltrarsi, come un parassita, nella vita e nella casa della famiglia ricca, andando a sostituire gradualmente tutta la servitù grazie a una serie di escamotages, il cui livello di comicità cresce di pari passo alla ferocia di ciò che nasconde.
Si ride, su questo non c’è dubbio. Ma con un senso di disagio che si annida sin dall’inizio e da pacato si fa sempre più forte, senza che si riesca a individuare il perché, troppo presi a seguire il sottile e gelido gioco tra le due famiglie, un precario e subdolo equilibrio tra finzione, rancorosa ammirazione e disprezzo. Fino a quando qualcosa emerge dal passato, e tutto comincia ad andare storto, sempre più storto, in un crescendo senza freni dove il comico scivola nel grottesco per poi finire nel tragico, passando per lo splatter. Una discesa agli inferi, una commedia nera, agghiacciante nel messaggio che veicola e costruita dalle sapienti mani di un regista-chirurgo, che a tratti ci ricorda un po’ Haneke, nelle atmosfere. Tecnicamente, il film è di una precisione quasi inquietante: composizione pulita, inquadrature geometriche, fotografia incisiva (e meravigliosa), colonna sonora che accompagna meticolosamente il crescendo di tensione, tra musica classica e pezzi di pop italiano, studiata in modo tale da rivelarsi, a tratti, in completa contrapposizione rispetto al registro delle scene a cui fa da sfondo.
Il regista coreano ci mette davanti ad una realtà dei fatti, ci conduce per mano verso una presa d’atto senza alcuna possibilità di interpretazione. Pensando al suo meraviglioso Snowpiercer, nei contenuti non ci allontaniamo di molto. Una contrapposizione tra classi sociali che non possono in alcun modo comunicare, una situazione sociopolitica non risolvibile. Una battaglia senza esclusione di colpi, tutti contro tutti. Poveri contro ricchi, poveri contro poveri. In questo ultimo film, però, Bong si spinge ancora oltre: non solo traspone le vicende da una società distopica alla realtà, rendendo il tutto ancora più crudo, ma arriva ad un assolutismo senza via di fuga, un’immobilità che non lascia spazio neanche all’illusione di una possibile “rivoluzione” o redenzione. Una spirale verso il basso in cui il caso regna sovrano, e dove ideologia e coscienza non sono di casa.

“Parasite”, il film che ha rubato la Palma d’Oro a Tarantino
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Giurista di formazione ma scrittrice di indole, ha un Master in Giornalismo e una forte passione per tutto ciò che sia in grado di provocare riflessioni e cogliere le sfumature più delicate, arte cinematografica in primis. Considera Wes Anderson e Terrence Malick le pietre miliari del suo amore per il cinema.

“Louis, credo che questo sia l’inizio di una bella amicizia..”

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