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E’ domenica mattina 9 febbraio e stasera ci sarà la cerimonia della consegna degli Oscar 2020. Mentre davanti al Dolby Theatre di Los Angeles fervono gli ultimi preparativi ed è già steso il red carpet, provo ad influenzare gli ultimi membri dell’Academy al voto.
Magari quella parte italiana degli oltre 6000 membri che sicuramente è lettrice attenta di Rumori Fuori Scena…

Mi sento di provarci perché mai come quest’anno penso che l’Oscar per il miglior attore abbia un solo nome. Sto parlando ovviamente di Joaquin Phoenix e del suo leggendario Arthur Fleck, alias Joker.

Prima di vedere il grande film diretto da Todd Phillips, davanti alle immagini di C’era una volta … Hollywood una decina di giorni prima, ho pensato che Leonardo di Caprio se la potesse giocare. La sua performance mi aveva convinto per spessore e naturalezza nell’interpretare un se stesso, prima divo in patria e poi in Italia, a fine anni ‘60 (ogni riferimento a Clint Eastwood è puramente casuale!). Di lui mi avevano convinto le espressioni e i dialoghi con il suo stunt, autista e guardia del corpo, interpretato magistralmente da Brad Pitt (su di lui ci torno fra poco), sapientemente guidate ed esplorate con grandi primi piani (alla Sergio Leone) dalla regia sempre unica di Quentin Tarantino.

Ma pochi giorni dopo quando ho visto Joker ho capito che per quest’anno non ce n’era per nessuno! La frase “The Oscar goes to…pausa…busta…5 riquadri degli attori in platea … Joaquin Phoenix! … applausi … discorso” già risuonava  sicura nelle mie orecchie 5 mesi prima della grande serata di premiazione. Il suo trasformarsi in un solitario psicopatico, violento e tormentato, che insegue una impossibile carriera di comico mi sono entrati dentro subito.

La sua risata improvvisa e fragorosa, i suoi demoni latenti, il sorriso triste e il volto plastico ma immobile mi hanno lasciato un senso di strazio ma allo stesso tempo di umanità che mai mi sarei aspettato dal nemico numero uno di Batman.

La sua sfida, stravinta, di dare umanità e complessità a un personaggio palesemente malvagio me la spiego con un innato talento e con la sua capacità di connettersi con il lato oscuro della psiche umana. La filmografia di Phoenix ne è una prova ma lo è anche la sua vita tormentata dalla tragica morte nel 1993 del fratello River tra le sue braccia, avvelenato da un cocktail letale al Viper Room sul Sunset boulevard. Tutto questo me lo ritrovo nel suo Arthur Fleck a cui ha dato anche una fisicità unica con i soli 55 chili di peso (per farlo così ne ha dovuti perdere 23), con la sua vera cicatrice sul labbro e la sua postura un po’ dinoccolata a causa di una malformazione congenita alla spalla. Questi aspetti escono tutti per dare forma e sottolineare la prima fase cupa e sofferente del film per poi diventare, quasi per nemesi, elementi di forza nella sua riscossa (nella scena della discesa della scalinata tutto si fonde in una coreografia iconica e memorabile).

Non ho dubbi quindi, e spero non li abbia l’Academy: il miglior attore del 2019 è lui e mi sentirei di dire anche dell’ultimo decennio (ecco uno spunto per un referendum con i lettori di Rumori: pensate che l’altro splendido trasformista Rami Malek in Bohemian Rapsody sia al suo livello? Forse. O magari il balbettante Colin Firth ne Il discorso del re Temo di no).

Veniamo alla mia seconda certezza che riguarda la statuetta per il miglior attore non protagonista. Anche qui non ho alcun dubbio! Anzi, proprio perché il mio candidato è stato sempre immeritatamente snobbato credo fermamente che meriti la sua consacrazione definitiva.

Anche se la concorrenza di “grandi vecchi” pluripremiati in passato è più agguerrita (vedi gli unici e inimitabili Joe Pesci e Al Pacino) non vedo rivali per Brad Pitt.

Lui è praticamente perfetto nei panni di Cliff Both l’uomo ombra del divo in declino Rick Dalton- Leo di Caprio in C’era una volta … Hollywood. Pitt da sottovalutato women idol, da uomo di copertina e da gossip per i suoi matrimoni celebri con Jennifer Aniston e Angelina Jolie, tira fuori una interpretazione matura e straordinaria che in alcuni passaggi stupisce per forza e capacità espressiva.

Straordinario come racconta l’essere sempre un passo indietro per lasciare sul “palcoscenico” chi per ruolo, ma non per volontà, deve essere in prima fila e il sapergli passare davanti per ammortizzare le cadute e i rovesci dell’amico. 

Irresistibile la sua capacità di passare dal registro carismatico di molti suoi film a quello compassato del “duro suo malgrado” che in questo film è la sua cifra principale.

Esilarante il duello che ingaggia con Bruce Lee per difendere il suo nome incrociandolo in un intervallo delle riprese nelle strade dei studios. Per non parlare di quando per difendere il suo amico e datore di lavoro sgomina con il suo cane Brandy gli adepti di Charles Manson nei venti minuti più belli ed inattesi del mio 2019 cinematografico di sublime eccesso tarantiniano.

Pitt interpreta l’uomo semplice e la quotidianità del suo lavoro, sul set e nella vita reale, contrapposta alla favola hollywoodiana del decadente Dalton e dell’emergente Sharon Tate. Dietro i suoi Ray Ban il suo sguardo è di quelli veri che non devono recitare un ruolo e mentre Dalton, dopo la resa dei conti finale, sale varcando il cancello del “paradiso” rappresentato dalla villa della Tate, lui lascia di nuovo la scena al suo amico e “principale” salendo in ambulanza senza voler far rumore, siglando così un “senso della vita” che mi rimarrà impresso per molto tempo.

Ora cari membri dell’Academy tocca a voi fare la scelta più giusta. Siete esperti in tutti i campi del cinema e sapete valutare al meglio tutto quello che sta intorno ad una grande interpretazione. Contiamo su di voi e state tranquilli Pacino ha già vinto per Profumo di donna ed è troppo intelligente per non capire. Di Caprio ha già vinto per The Revenant e penso che non lo lascino entrare con il lanciafiamme in sala…
Buoni Oscar a tutti!

OSCAR 2020: JOAQUIN E BRAD LA STATUETTA DEVE ESSERE VOSTRA!
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Pubblicitario per professione e abbonato “da sempre in prima fila” alla poltrona per cinema e TV. Da 40 anni divora ogni cosa di celluloide e ha eletto Lost come serie della vita. Parafrasando Parenthood: per lui quando si spegne la luce in sala o a casa “Tutto può succedere!”

“Louis, credo che questo sia l’inizio di una bella amicizia..”

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