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Quando, un paio d’anni fa, la Marvel decise di ampliare il suo  universo cinematografico nuovo di zecca al piccolo schermo, critica e telespettatori non erano molto fiduciosi. In primis, perché Netflix (la piattaforma con cui Marvel aveva stipulato un patto di esclusiva e co-produzione) non era ancora il gigante che era oggi; in secundis, perché il primo prodotto in canna era un adattamento di Daredevil – tra i migliori personaggi della scuderia Marvel e vittima di un adattamento cinematografico dei primi anni 2000 che non gli aveva reso giustizia.

Ma la Casa delle Idee (noto appellativo di Marvel) aveva messo il turbo, annunciando che la serie di Daredevil sarebbe stata solo una monografia all’interno di un progetto più grande – Defenders, una miniserie collettiva che sarebbe seguita alle serie su DD, Jessica Jones, Luke Cage e Iron Fist.

Tuttavia, grazie a un eccellente lavoro di scrittura, casting e interpretazione, le serie Netflix per Marvel hanno fatto presa sul pubblico – tanto che gli studios ne hanno commissionato già altre stagioni.

The Punisher è la prima serie che nasce come “costola” di questo forte scheletro: grazie a un ruolo di rilievo nella seconda stagione di Daredevil, ovviamente contrapposto a lui per la sua natura incredibilmente violenta, la performance di Jon Bernthal nei panni di uno dei nemici più controversi del Diavolo di Hell’s Kitchen ha convinto così tanto il pubblico e gli addetti ai lavori da volergli dedicare una serie personalissima, spin-off delle quattro principali.

E il personaggio di Frank Castle (vero nome di Punisher), per storia e personalità, è probabilmente quello che più si prestava a un esperimento del genere.

La serie riprende la fine dell’arco narrativo del personaggio in Daredevil, con Frank dato per morto ma in realtà ancora a caccia dei mandanti dell’omicidio della sua famiglia. I tredici episodi approfondiscono il passato del Punitore, ovvero gli anni di servizio in Afghanistan – in Kandahar, per la precisione -, ma si tratta solo di un espediente narrativo per parlare, invece, del suo futuro. La parola chiave di The Punisher, infatti, potrebbe essere “dopo”: dopo la morte, dopo la guerra, dopo il trauma. Cosa c’è, dopo? Come ci si può riprendere da avvenimenti simili? E c’è una speranza di futuro per chi, nella sua vita, ha perso tutto?

Castle, grazie a un Bernthal al top della sua forma e mai così azzeccato, prende finalmente vita nel piccolo schermo.

Assumendo al contempo il ruolo di villain (pur essendo il protagonista, rimane uno spietato assassino senza scrupoli) e di anti-eroe, riesce a non cadere mai nel banale o nello stereotipo. The Punisher riesce a non far passare il suo protagonista come soltanto vittima o carnefice, e fa trasparire con efficacia le migliaia di sfumature che lo compongono. L’esperimento è però riuscito solo in parte. La difficoltà di una serie monografica su The Punisher era chiara probabilmente a chiunque, visto che le sue storie a fumetti sono molto distanti dall’equilibrio di giustizia che costella le altre strisce ‘supereroistiche’. Violenza efferata, crolli psicologici – il Punitore è sempre stato uno dei prodotti più dark di Marvel. E se il punto focale della violenza sembra avere trovato una resa ottimale (non troppo tarantiniana e splatter, non troppo disneyana e “politically-correct”), non si può dire lo stesso della trama.

Non potendo fare infatti una origin story, dato che era stato già tutto spiegato in Daredevil, la serie tenta di approfondire passato e futuro del punitore, come a voler dire di non aver svelato tutto.

La cosa, però, non sta sempre in piedi – colpa anche di uno sviluppo e di una narrazione a tratti troppo veloce, a tratti troppo lenta. Apprezzabili però alcuni meccanismi registici di flashback e finti tali, funzionali all’approfondimento del personaggio – caratteristica meglio riuscita. In sostanza, The Punisher è una bella serie, ma che pecca di presunzione nel voler lasciare la storia a sé stessa. Gli innesti di personaggi nuovi e di personaggi provenienti dai fumetti funzionano, ma il modo in cui viene raccontato il tutto lascia a desiderare.

#NETFLIX: The Punisher
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Studente di Economia per l’Arte da troppi anni, segue con forte passione tutto quello che può diventare veicolo tramite immagini e/o suoni. Caparbio divoratore di serie tv, crede nel valore dell’“alto” e del “basso”. Non è forse vero che senza Dirty Dancing non avremmo avuto Mulholland Drive?

“Louis, credo che questo sia l’inizio di una bella amicizia..”

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