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Angelina Jolie torna alla regia per una produzione originale Netflix con Per primo hanno ucciso mio padre, adattamento di un libro autobiografico sul genocidio degli Khmer Rossi in Cambogia. La Jolie dietro la macchina da presa ha sempre seguito un fil rouge, esplorando i meandri del genere war-movie con una visione sempre personale e riconoscibile. Approfondire una tematica fino a renderla propria è, per un regista, segno di maturità e convinzione nei propri mezzi. Come in Unbroken, il tema di fondo è l’analisi della sofferenza e il turbamento di una vita per sempre sconvolta dalla guerra. Si ha tuttavia l’impressione che la Jolie, da sempre attiva in prima persona per aiutare paesi come la Cambogia, non abbia l’esperienza adatta per un progetto cinematografico di tale portata.

Il soggetto è uno di quelli che, nelle mani di sceneggiatori abili e registi coraggiosi, avrebbe potuto generare un film potente ed evocativo.

Il genocidio cambogiano avvenuto sotto Pol Pot negli anni ’70 è forse troppo poco noto al mondo occidentale, ma parliamo di un’epurazione di massa senza precedenti nella storia, con milioni di morti. Per primo hanno ucciso mio padre è il ricordo biografico di Loung Ung, figlia di un alto funzionario del governo, che insieme alla sua famiglia ha tentato di sopravvivere al massacro. Il film è prima di tutto la storia di una bambina che da un giorno all’altro perde ogni privilegio, rinuncia alla propria identità e si adegua alla povertà, come unica arma di sopravvivenza.

Come anticipa il titolo, la famiglia non rimarrà unita e le sofferenze saranno infinite, e questo è stato il destino di milioni di cambogiani.

La storia del cinema è costellata di film in cui la crudezza della guerra è filtrata tramite gli occhi di un bambino.

Non serve tornare indietro nel tempo o scomodare mostri sacri, si pensi allora a Beasts of No Nation che è stato l’esempio più eclatante di questa categoria negli ultimi anni. Non essendoci particolare originalità nella vicenda, quello che deve fare la differenza è l’approccio registico, l’insieme di espedienti visivi che possono sorprendere e intrigare lo spettatore.

Angelina Jolie inquadra continuamente la sua giovane protagonista con primi piani strettissimi, a voler cogliere ogni sfumatura di sofferenza nel suo volto e nei sui occhi. Abusa di una fotografia dai colori sgargianti e alterna alla narrazione stucchevoli pause narrative, tutto per mostrare l’infelicità, il dolore che la guerra provoca. Si ha la costante sensazione che le emozioni siano forzate, che una patina sottile renda impossibile empatizzare in maniera onesta e sincera con i protagonisti. Non si riesce a non pensare di essere dentro un film e di vedere degli attori recitare, mentre il cinema, come avviene nei sogni, funziona solo se lo spettatore crede a quel che vede.

Una delle difficoltà maggiori nel commentare un film è saper distinguere la tragicità del soggetto dall’effettiva qualità del prodotto cinematografico, sono due cose distinte.

I veri capolavori, i film che sono in grado di cambiare la storia del cinema, hanno la capacità di trasformare le vicende personali dei protagonisti in parabole universali, da cui ogni spettatore possa trarre un insegnamento. L’approccio di Angelina Jolie sembra troppo filantropico, è chiaro l’intento di sensibilizzare il mondo occidentale alle sofferenze di un popolo lontano come la Cambogia. Manca però il talento, o forse semplicemente l’esperienza, per essere all’altezza di artisti come Clint Eastwood o Roman Polanski. Film come Il Pianista o Gran Torino, diversi ma simili nel rendere universali vicende personali, rimarranno icone per le generazioni future. Per primo hanno ucciso mio padre, no.

#NETFLIX: Per primo hanno ucciso mio padre di Angelina Jolie
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Laureato in Economia per Arte, Cultura e Comunicazione, ha una spiccata passione per il marketing cinematografico. Cresciuto a pane e Mostra del Cinema di Venezia, ha in Roman Polanski e Woody Allen i suoi maestri. Le Serie TV sono una passione più recente, da Mindhunter a Mr.Robot