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David Fincher è tra i registi più amati, prolifici e rappresentativi degli ultimi anni. Molti dei suoi film, da Fight Club a The Social Network, sono diventati cult per intere generazioni, grazie a una spiccata capacità di leggere l’attualità e di cogliere da sottili sfumature trasformazioni sociali ben più ampie. Il fatto che un cineasta del suo calibro abbia prodotto e realizzato per Netflix una serie TV dimostra, se ce ne fosse ancora bisogno, che l’universo seriale ha definitivamente raggiunto un livello di risonanza ormai superiore a quello dei film.

Mindhunter aggiunge però qualcosa di più al discorso. E’ una serie di qualità, non da vedere tutta in una volta ma da gustare in ogni dettaglio e sfumatura. Una storia che lascia qualcosa, che arricchisce il nostro bagaglio di conoscenze.

La modalità di fruizione delle serie TV si sta spostando sempre di più verso un consumo frenetico, quasi nevrotico. Lo spettatore medio sembra aver perso interesse per l’effettiva qualità dei prodotti, a patto di essere trasportato per qualche ora in un universo parallelo, stabile e rassicurante. Grande impatto ha ovviamente il modus operandi di società come Netflix che, anticipando i bisogni e i desideri della propria audience, crea contenuti perfetti per il binge watching, da vedere un episodio dopo l’altro.

A questo punto ci sorge spontaneo un quesito, che vogliamo rivolgere a voi attenti lettori. Non siete stufi delle serie TV fotocopia, tutte con una struttura narrativa uguale, da dimenticare dopo due settimane dalla visione? Dal canto nostro, in quanto amanti incondizionati del cinema tradizionale, il gioco non vale la candela. Non siamo disposti a guardare dieci stagioni di una serie TV sempre uguale soltanto perché affezionati al prodotto. Se si parla di contenuti intelligenti e di qualità, da Stranger Things a Breaking Bad, siamo ben disposti a entusiasmarci e celebrarli come meritano.

Mindhunter si inserisce in questa seconda scia: qualità al servizio dell’intrattenimento.

La storia si svolge negli anni ’70 e gira intorno al personaggio di Holden Ford (Johnatan Groff), un giovane agente dell’FBI caratterizzato fin dalle prime scene come atipico, quasi fuori luogo, interessato al dialogo e alla psicologia piuttosto che all’azione.

Grazie al fortunato incontro con Bill Tench (Holt McCallany), agente che si occupa di scienze comportamentali, Holden riesce gradualmente ad allontanarsi dalle procedure tradizionali e affacciarsi a qualcosa di nuovo, partendo da semplici domande che nessuno all’interno dell’FBI si era mai posto prima: cosa spinge un uomo a commettere un crimine? Quali sono i meccanismi della mente umana che portano a compiere atti di efferata violenza? Attraverso una serie di incontri con i più brutali assassini del paese, volti a studiarne risposte e reazioni per comprendere il loro modo di pensare, i due agenti arrivano ad elaborare una vera e propria metodologia.

Un’intuizione geniale e rivoluzionaria: l’elaborazione di schemi e profilazioni psicologiche che permettano di catalogare le diverse personalità criminali, imparando a  riconoscerle e di conseguenza anche a prevenirle.

Un’evoluzione assolutamente affascinante, che va di pari passo con quella che è una visione della società in totale rottura con il passato. Non esiste più la contrapposizione netta tra buoni e cattivi, cominciano a intravedersi le sfumature di uno scenario molto più ampio e sfaccettato. Il criminale non è più criminale in quanto tale, ma viene inquadrato come individuo deviato, frutto di una società deviata. Conseguenza intrinseca di ciò che in essa vi è di malato.

Il tocco di Fincher emerge in maniera netta, nei dialoghi come nella rappresentazione degli ambienti, prevalentemente interni: carceri, uffici dell’FBI, stanze di motel. Tutte ambientazioni asettiche e sempre piuttosto cupe, che a tratti ricordano molto opere precedenti come Seven e Zodiac. Altrettanto “fincheriana” è la caratterizzazione di alcuni personaggi, primo tra tutti il gigante pluriomicida Ed Kemper, personaggio realmente esistito, la cui razionale e controllata follia fa  sinceramente venire i brividi (grazie anche all’incredibile interpretazione di Cameron Britton).

Mindhunter va ad aggiungersi ad una lunga tradizione di crime series, distanziandosene però di gran lunga sia per contenuti che per struttura.

Non aspettatevi sparatorie, inseguimenti o simili. Non aspettatevi che ogni episodio segua un lasso temporale preciso, o un caso di omicidio dall’inizio alla fine. Le indagini si intrecciano, a volte si arriva a vedere la soluzione, altre volte no. Non è quello il punto, non si tratta di un thriller tradizionale. Preparatevi invece a sperimentare un tipo diverso di adrenalina, una vibrante tensione di sottofondo che Fincher riesce a tenere viva dalla prima all’ultima puntata, come solo lui sa fare.

#NETFLIX: “Mindhunter” di David Fincher
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Laureato in Economia per Arte, Cultura e Comunicazione, ha una spiccata passione per il marketing cinematografico. Cresciuto a pane e Mostra del Cinema di Venezia, ha in Roman Polanski e Woody Allen i suoi maestri. Le Serie TV sono una passione più recente, da Mindhunter a Mr.Robot

“Louis, credo che questo sia l’inizio di una bella amicizia..”

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