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Facciamo mea culpa: abbiamo guardato la seconda stagione di MINDHUNTER con colpevole ritardo. E pensare che la prima stagione ci aveva fatto letteralmente impazzire: una full immersion di cultura americana, di quel sottobosco criminale tanto affascinante e affrontato con tale classe. Senza necessariamente vendersi ai ritmi e alle dinamiche televisive dominanti, la serie di Netflix si fondava su una serie di interviste alle menti criminali più celebri d’America, nel tentativo da parte dell’FBI di costruire profili e identikit, di trovare connessioni e schemi.

Stranamente lanciata sulla piattaforma di Netflix in Agosto, la seconda stagione è forse passata sottotraccia, e paradossalmente sono state le vicende narrate in “Once Upon a time… in Hollywood” a suscitare nuovamente il nostro interesse, in primis per Charles Manson e la sua “famiglia”. Abbiamo guardato tutta d’un fiato la seconda stagione e possiamo tirarne le somme.

L’impressione generale è che, sebbene la confezione sia sempre di altissimo livello, questa seconda stagione abbia un’impostazione un pò confusa.

Nella prima stagione i diversi episodi erano incentrati proprio sulle interviste ai singoli criminali, anche perchè la nuova sezione di Scienze Comportamentali era in fase embrionale e in cerca di una reale conformazione. In questa seconda, il team di lavoro e il modus operandi sono ormai consolidati, addirittura rafforzati dall’arrivo di un nuovo direttore che crede fermamente in Bill, Holden e Wendy. Le interviste invece, anche quelle a personaggi del calibro di Charles Manson e “Son of Sam”, sono più sporadiche e non hanno un reale collegamento con la trama: sono piuttosto opportunità che gli agenti vogliono cogliere, più per curiosità che per un reale avanzamento del proprio metodo di lavoro.

La vera trama che lega i diversi episodi ruota intorno a un caso specifico, l’omicidio di almeno 28 bambini di colore, tra i 9 e i 17 anni – un orrore realmente avvenuto a cavallo tra il 1979 e 1981. Holden e Bill vengono inviati per dimostrare il supporto dell’FBI alle indagini, più per apparenza che per reale fiducia nei loro metodi; anzi, la loro disperata ricerca di un profilo unico cui poter ricondurre tutti i singoli casi si scontra con i metodi – piuttosto obsoleti – della polizia locale.

A pensarci bene, l’idea di introdurre in questa seconda stagione un vero e proprio caso investigativo è probabilmente dovuta alla volontà di non ripetersi: altri 10 episodi interamente basati sulle interviste, per quanto perfetti potesso essere, avrebbero alla lunga stufato anche gli spettatori più accaniti. Uniformandosi però a un format narrativo solido, già visto in tante serie anche di buon livello (The Alienist, Broadchurch), MINDHUNTER perde un pò di originalità.

Siamo chiaramente di fronte a una stagione di transizione, in cui alcuni personaggi sono più approfonditi di altri.

Holden, ad esempio, che nella prima stagione era assoluto protagonista non solo sul campo investigativo, ma anche nelle sue tormentate relazioni sentimentali, si fa quasi da parte. Si radicalizzano in lui alcuni tratti già accennati in passato (un grande intuito e sicurezza nei propri mezzi, scarsa capacità empatica e relazionale) ma non ne sono introdotti altri; sono piuttosto Bill e Wendy a prendere la scena, a divenire personaggi tridimensionali e sempre più centrali.

Tornando a Charles Manson: la sua intervista, che dura non più di 10 minuti all’interno della quinta puntata, è una chicca rara. Dalle sue parole emergono l’arroganza e la capacità magnetica di creare empatia, perfetto in questo senso l’attore Damon Herriman (usato nello stesso ruolo proprio da Tarantino).

 

 

“MINDHUNTER”: Pro&Contro della seconda stagione
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Laureato in Economia per Arte, Cultura e Comunicazione, ha una spiccata passione per il marketing cinematografico. Cresciuto a pane e Mostra del Cinema di Venezia, ha in Roman Polanski e Woody Allen i suoi maestri. Le Serie TV sono una passione più recente, da Mindhunter a Mr.Robot

“Louis, credo che questo sia l’inizio di una bella amicizia..”

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