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L’unico modo possibile di approcciarsi a un grande romanzo o a un grande film, nell’ottica di farne un remake o una trasposizione, è quella di discostarsi il più possibile dall’originale, quasi in una forma di rispetto ossequioso. Ecco perché funzionava il Suspiria di Luca Guadagnino, capace di innovare l’originale cult di Dario Argento, di attualizzarlo e modernizzarlo.

Con questo spirito Pietro Marcello si approccia a un classico di Jack London come Martin Eden, l’epopea di un ragazzo del popolo, un marinaio con aspirazioni da scrittore che si fa strada nella borghesia di San Francisco. Nel film invece siamo a Napoli, in un momento imprecisato del Novecento. Il regista volutamente rende nebulosa la vicenda, ci priva di punti cardinali, quasi a voler rendere la sua storia una parentesi senza tempo, una bolla nella storia. Il Martin Eden di Luca Marinelli, che recita con un credibile accento partenopeo, è un personaggio magnetico, un giovane baldanzoso con ideali solidi e genuini, tipici di chi è cresciuto in fretta e ha lavorato tanto, ma con la curiosità e la tenacia per farsi strada anche nell’ambiente alto-borghese che gradualmente scopre di apprezzare. Un sognatore riflessivo, ed infatti il regista alterna alla narrazione immagini di repertorio che sembrano scaturire dalla mente del protagonista, quasi in un flusso di coscienza visivo.

Paradossalmente la storia d’amore con la borghese Elena è l’elemento meno interessante, pur essendo il fulcro narrativo, da tanto si rimane affascinati da Luca Marinelli.

La sua ascesa verso la conoscenza e la cultura è irresistibile e commovente, e in un periodo in cui avere ambizioni e fare progetti sembra impossibile, è quasi rassicurante assistere alla sua ascesa. Martin si troverà però in un pericoloso limbo, cittadino senza patria e nazione, ripudiato dalla classe sociale da cui proviene e alla ricerca di accoglienza tra i borghesi che – come ci insegna cinicamente Parasite – sentiranno per sempre la tua “puzza”.

Bruscamente (forse troppo) verso metà film si cambia completamente tono, per assistere tristemente alla maturità e al disincanto di un irrisolto Martin, al tramonto delle sue ideologie in chiave pessimistica. La smania di unirsi alla classe borghese si scontra con il crescente disprezzo per essa, con il disagio di aver raggiunto uno status che gli altri hanno solo meritato per nascita, e che lui si è faticosamente sudato, e nonostante tutto non sarà mai sufficiente per farlo diventare uno di loro. Come se Martin, una volta raggiunto il risultato tanto sognato, ne fosse rimasto deluso, o peggio disgustato. Anche i più tenaci, i più entusiasti e i più carismatici di noi, alla fine devono scontrarsi con la solitudine e l’individualismo.

“Martin Eden”: cosa ha in comune con Parasite?
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Laureato in Economia per Arte, Cultura e Comunicazione, ha una spiccata passione per il marketing cinematografico. Cresciuto a pane e Mostra del Cinema di Venezia, ha in Roman Polanski e Woody Allen i suoi maestri. Le Serie TV sono una passione più recente, da Mindhunter a Mr.Robot