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Gli ingredienti per una grande serie tv c’erano tutti, e cosi è stato. Il soggetto tratto dalla coinvolgente quadrilogia di Elena Ferrante pseudonimo di una scrittrice che negli anni scorsi ha appassionato più per la sua vera identità (io nel gioco del “chi è” ho addirittura cercato tracce nei libri di Umberto Eco) che per il grande spessore dei suoi scritti. La regia lucida e intimista di Saverio Costanzo, da tempo innamorato del progetto (e finalmente libero da un cognome ingombrante), insieme ad una sceneggiatura sapiente estratta con cura dai libri da un gruppo di talenti guidati da Francesco Piccolo e “benedetti” dalla stessa Ferrante.
La produzione capitanata da HBO (con Rai Fiction, Tim Vision, Wildside e Fandango) che ha messo a disposizione risorse per un prodotto realmente internazionale evidente nel livello del casting (le bambine e loro due da grandi sono il frutto di una selezione fra oltre 16.000 candidate) e nella scenografia eretta da zero nei dintorni di Caserta (la ricostruzione del quartiere della periferia napoletana, definita da alcuni, non da me, non così realista, è stato l’unico elemento di discussione sulla serie).
Una grande serie quindi, ma forse nessuno si sarebbe aspettato dei numeri di audience cosi importanti da un prodotto tutt’altro che “mainstream” e per di più recitato in napoletano stretto con sottotitoli. Fra i tanti pregi due su tutti: la potenza della storia e delle immagini, che è passata trasversalmente a tutte le tipologie di pubblico, e l’interpretazione unica delle due protagoniste.

Partiamo dalla storia. Anche se può sembrare strano, visti alcuni contenuti, la storia crea empatia consentendo allo spettatore di studiarsi, osservarsi, riconoscersi e in alcuni casi accettarsi nella sua forza e nelle sue debolezze. Infatti la storia di Lenù e Lila, le due protagoniste, fin da piccole è un potente percorso di formazione fatto di dolcezza e cattiveria, rassegnazione e riscatto, avanzamento e regressione, coraggio e paura in una lotta continua dove solo la forza, intermittente, della loro amicizia le consentirà di portarlo avanti.

Il racconto è anche sulle età di passaggio e sul mondo femminile e il modo violento in cui in quegli anni (ma oggi forse non è sempre così diverso) il desiderio del dominio e la bramosia sessuale del maschio erano parte della società.

E questa è la parte più forte e amara della storia che racconta come fosse normale e nelle cose tutto questo. E soprattutto di come la voglia di riscatto di qualcuno, la nostra Lila in questo caso, ti mettesse ai margini.
La potenza e l’emozione della storia è stata tradotta da quattro splendide protagoniste in espressioni, silenzi e sguardi che ricorderemo per molto tempo. Nelle prime due puntate Lila e Lenù sono bambine e l’interpretazione della prima, spontanea e selvatica, è strabordante come presenza e forza espressiva. La sensazione prima delle sei puntate successive era che difficilmente si sarebbe potuta superare quella forza e quella naturalezza. Invece il seguito è stato una vera e propria rivelazione. Le due protagoniste, ormai adolescenti e poi quasi donne, sono incredibilmente vere e trascinanti nella tempesta delle loro emozioni. Sfidando forse i più mi sento di dire che qui l’interprete di Lenù, anche se può sembrare impossibile vista la sua parte meno forte e trasgressiva, supera l’amica. I suoi sguardi, talvolta persi, le sue pause, la sua dolcezza e la sua forza nello stare sempre dalla parte di un’amica così scomoda sono la cosa più bella della serie e quella che mi resterà dentro di più.Che altro dire?! Un plauso ai dialoghi adattati dai libri alle immagini con sapienza e naturalezza. Tutto il bene possibile sui tanti comprimari (chiamiamoli così vista la presenza scenica totalizzante delle due protagoniste): mai un carattere e un volto banale. Efficace e simbolico infine il disegno della mappa del quartiere con il muro della ferrovia a dividere dal mondo irraggiungibile della città, il tunnel sotto cui passare solo la domenica e il treno che passa sopra immagine ricorrente di una possibile fuga talmente distante che nemmeno ipotizzata.

Un grande regalo di fine anno quindi questa Amica Geniale, in un anno già più che buono di televisione nostrana. E come non immaginare un seguito?! Tranquilli, i libri ci sono e la voglia di seguire le vite di Lila e Lenù è tale che la produzione pare sia al lavoro per altre tre serie.

“L’amica geniale”: un grande regalo di fine anno!
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Pubblicitario per professione e abbonato “da sempre in prima fila” alla poltrona per cinema e TV. Da 40 anni divora ogni cosa di celluloide e ha eletto Lost come serie della vita. Parafrasando Parenthood: per lui quando si spegne la luce in sala o a casa “Tutto può succedere!”

“Louis, credo che questo sia l’inizio di una bella amicizia..”

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