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La passione per il mondo dell’Arte drammatica e di tutto ciò che ne riguarda la realizzazione, la scintilla creativa, la rappresentazione dell’opera compiuta e la volontà di interpretare e anticipare le tendenze culturali predominanti in quella che definiamo l’industria dei sogni quale è il cinema sono le motivazioni alla base della nostra decisione di dar vita a questo nuovo progetto all’interno di Rumori Fuori Scena.

Tutto, necessariamente, cambia e si evolve in continuazione: per raccontare i meccanismi e le dinamiche del grande e piccolo schermo. A volte lo si fa per anticiparle, altre per favorirle.

Così abbiamo deciso, mossi da un sentimento comune, di seguire l’istinto e di dar vita ad una sezione riguardante la Recitazione, raccontando la trasformazione di un cinema che, con uno sguardo malinconico, rinnova il passato e si affaccia al futuro.

Ci assumiamo la responsabilità  di non limitare la libertà d’espressione e la visione artistica, di dare voce in capitolo a chi mescola e crea senza distruggere, sfruttando il proprio corpo, la propria mente, la propria gestualità e la propria verbalità per mettere in scena emozioni impregnate di significati simbolici.

L’arte della recitazione si perde nella notte dei tempi. Dalle tragedie Greche alle produzioni indipendenti, quest’arte ha subito una mutazione costante. Di qui la scelta, per questo nuovo filone editoriale, di iniziare con un’intervista ad un attore, per raccontare i volti e le storie dei protagonisti di quello che è un cinema in continua crescita.

Seguendo gli insegnamenti di Stanislavkij, ci siamo radunati in un luogo spoglio e abbiamo costituito il nostro cerchio al fine di far decollare le nostre idee. Il nostro scopo è quello di riunire in una tribù pratici idealisti, energici creatori, attori emotivamente intelligenti che si sono impegnati a tramutare il loro lato oscuro recitando.

Ci poniamo come obiettivo il far comprendere quanto più possibile le interessenze che si determinano intorno alla realizzazione di un film – senza limitarci unicamente alla visione che normalmente porta lo spettatore a valutare trama e contenuti – soffermandoci anche sull’interpretazione degli attori, sulla loro natura umana, sulle tematiche trattate e sulle relazioni interpersonali che si instaurano anche con chi sta dietro le quinte e la macchina da presa, consentendo di comprendere pienamente la dinamica della creazione e della buon riuscita del prodotto a 360 gradi.

Così, con e da questa nuova rubrica, ci impegniamo nella celebrazione dell’arte drammatica, perché la recitazione è una traduzione del saper stare al mondo. Un mondo attraente, magico e misterioso. Quello del cinema e della recitazione è un universo in cui bisogna lasciarsi incantare dal luogo e dalle persone che lo abitano. Per comprenderlo occorre essere curiosi del territorio e delle abitudini locali. Bisogna Sentire.

Parafrasando il filosofo Gorgia, si potrebbe dire che l’attore è colui che inganna, ma la sua è un’illusione straordinaria ed inusuale.

Si potrebbe affermare, senza apparire presuntuosi, che l’artificio sul quale si basa la recitazione è che i bravi attori, i registi e i buoni spettatori accettino la finzione armoniosa del cinema e la ritengano espressione più profonda dell’essere umano e della sua realtà autentica.

Barba curata e sigaretta in bocca. Occhi scuri, profondi e il sorriso di chi sa che non sarà la solita intervista. È così che si presenta il giovane attore e musicista ventinovenne Marcello Maietta che si racconta e ci racconta i retroscena della vita di un giovane attore in Italia: dalle dinamiche sul set alla preparazione sul palcoscenico teatrale.

Alors, Marcello, ça va? – Come direbbero i Francesi- Sei pronto?

Ça va Carmen, mercì. Certo, sono nato pronto! (Ride)

Te lo ricordi il giorno in cui ti sei detto: “Voglio fare l’attore” ?

Tu non ci crederai, ma deve ancora arrivare quel momento secondo me. Sicuramente posso dirti il momento in cui ho capito che volevo esprimermi sotto l’aspetto recitativo. Ero un adolescente ma avevo già partecipato, nel ’98, alla serie televisiva “Ritornare a Volare” con Giancarlo Giannini, che ho per giunta ritrovato al Centro Sperimentale di Cinematografia. Al tempo avevo solo dieci anni e né io, né i miei genitori ci proiettavamo in questa direzione, ma mi scelsero a scuola. Dopodichè, durante la mia adolescenza, ho deciso di riavvicinarmi alla recitazione.

Cosa pensi serva ai giovani attori come te per avere successo?

Non penso che un giovane attore debba avere come fine ultimo il successo. Certamente è un obiettivo importante nella vita di ogni attore, ma penso che la priorità di ogni giovane attore debba essere chiedersi “Come faccio ad ottenere una serenità in quello che faccio?”. E a questo ti rispondo: “Con dedizione, serietà, spirito di sacrificio e accettazione della gavetta, perché non accettare di far gavetta è come non avere educazione”.

Un regista con cui vorresti lavorare? Se potessi fare un appello per essere scelto per il ruolo di protagonista, cosa diresti?

Se penso ad un regista italiano con il quale mi piacerebbe lavorare è sicuramente Salvatores. Se penso ad un regista straniero invece Inárritu.

Mhmm…Un appello. Beh non è nelle mie corde chiedere lavoro, mi piace mettermi alla prova e convincere chi ho di fronte, con solo le mie doti, che possiamo collaborare insieme.

Hai un personaggio al quale ti senti affine?

Ce ne son tanti e questa è una domanda difficile. Se mi appassiono al film mi appassiono a tutto. Posso fare uno switch? Ti posso dire un attore. Sai, fin da piccolo quando guardavo i suoi film con papà, ho studiato la puntualità degli sguardi di Robert De Niro e in un certo senso cerco di rifarmi a lui.

L’attore o attrice più bravo/brava con cui hai lavorato.

Laura Morante.

Parliamo un po’ di emozioni. Viene spesso detto che gli attori siano persone delle quali non fidarsi perché capaci di provare emozioni a comando. Ecco, io voglio sapere, quale è stato il giudizio che ti ha fatto soffrire di più? E la critica che più spesso ti viene mossa, sia nel tuo privato, che ovviamente nel tuo lavoro.

È nel mio DNA combattere ogni tipo di ipocrisia. Ci sono dei momenti si e dei momenti no in cui possiamo essere confusi, ma cerco di essere sempre sincero. In ambito lavorativo una volta capitò che un mio collega mi additò come presuntuoso agli occhi di altre persone, semplicemente perché preferivo stare in camerino a studiare anzichè fare il piacione con le comparse sul set.

Sorrentino, in “Hanno tutti ragione”, attraverso il suo personaggio Tony Pagoda, ci spiega che il ritmo delle cose è la carta vincente. Cosa pensi del ritmo delle cose? E che rapporto hai con il tempo?

Il ritmo è fondamentale. Il ritmo di una battuta, il saper dire quella determinata cosa in quel preciso istante è importantissimo. Nella recitazione, così come nella vita. Può essere anche il tempo sbagliato per incontrare una persona, ma se quella persona ti da il giusto ritmo, ti trasmette la giusta passione e curiosità, allora ne vale la pena. Definirei Il mio rapporto con il tempo, un rapporto di odi et amo. Il tempo è galantuomo, ma a volte può essere un’arma a doppio taglio. Se si lascia passare troppo tempo alcune situazioni diventano stagnanti e a volte bisogna prendersi il rischio di cambiare le carte in tavola.

Il ruolo che ti è sfuggito e per cui ti brucia ancora.

Ce ne sono stati un paio, ma preferisco riderci su.

Hai maturato esperienza sia in teatro che al cinema. Ti senti più a tuo agio sul set di un film o sul palcoscenico?

Il set è una grande famiglia. Ti svegli, vai e incontri una famiglia con la quale condividere una giornata. È bellissimo, porti il tuo personaggio con te e rifletti modificando certe cose tra un cambio di macchina e di scena. C’è molta più libertà e mi piace molto. Il teatro è differente. Lavori con quella che diviene la tua tribù. Te la porti dietro per tanto tempo. Il teatro da la possibilità di emozionarti in tempo reale insieme al pubblico. Tuttavia, se devo scegliere tra i due, scelgo il set, perché adoro poter giocare con l’immagine e il contrasto delle luci.

Hai preso parte al film di Pupi Avati,” Il figlio più piccolo”. Raccontami brevemente della tua esperienza. Cosa aveva in comune il tuo personaggio, Paolo Baietti, con te?

Lavorare con Pupi è stata allo stesso tempo la mia più grande fortuna, ma anche sfortuna. Iniziando con lui sono stato molto viziato. Lui mi ha fatto capire tante condizioni che ti da il cinema e automaticamente nel momento in cui a 20 anni parti con Pupi, ti ritrovi ad dover affrontare altri lavori che obiettivamente hanno storie interessanti, ma senti la differenza. Pupi, poi, ha un cinema descrittivo, antico, il cinema che preferisco e che mi ricorda Fellini, Antonioni. Il cinema fatto con pochi soldi, ma tanta sostanza. Devo ancora trovare qualcuno che mi vizi come ha fatto lui. Il mio personaggio è totalmente differente da me. Il rapporto che ho con i miei genitori è un altro tipo di rapporto. Il personaggio di Paolo Baietti è un personaggio che condivideva con la famiglia il disagio di un padre assente. Per me è stato tutto il contrario.

Hai fatto anche televisione, che esperienza è stata?

L’esperienza in tv è stata molto formativa. Indubbiamente diversa. Ci sono altri tempi, rispetto al teatro e al cinema. Ci sono più unità e più registi e hai un rapporto diverso con il lavoro. Ho preso parte al successo Rai 1 “Il Paradiso delle Signore”, ho interpretato Giovanni. È stata una bella occasione che ho colto con entusiasmo.

So che hai appena concluso a teatro con il tuo spettacolo “Factotum”. Di cosa si tratta? Pensi di essere riuscito a rappresentare lo spirito del tuo tempo?

Factotum è un intreccio di storie. Mi rifaccio ad Inarritu che mi ha insegnato questo vedendo i suoi film e avendo avuto anche la possibilità di conoscerlo. Poche parole ci sono state, ma significative. Comunque sia, Factotum è un’ incrocio di storie dettate da ciò che succede nella vita. Sono storie di droga, di prostituzione, di femminicidio. Storie che hanno una cosa che le unisce oltre alla sofferenza, ossia il bisogno di amore. Credo di essere riuscito a rappresentare quell’idea, penso, spero. Ho avuto la fortuna di avere una squadra che mi ha permesso di esprimermi e abbiamo dato il massimo.

Factotum è un punto di arrivo o di partenza?

È il presente. Non è un punto di arrivo né di partenza.

So che oltre ad aver curato la sceneggiatura e la regia, hai anche recitato. Che ruolo avevi?

Ogni personaggio è morto e sta facendo i conti con una sorta di deus ex machina che scende giù in terra per poter assolvere i peccati che hanno commesso durante la storia. Sono la morte. Sono stato il confessore e anche un confidente super partes.

Cosa ti ha trasmesso il contatto diretto con il pubblico durante i tuoi spettacoli.

Un grande senso di orgoglio nei confronti dei miei ragazzi e nei confronti di un tema che non mi è mai capitato di incontrare a teatro. Poter incrociare il viso di molti spettatori anche increduli è stato incredibile. È una storia pesante sotto tanti punti di vista, sapevo che c’era il rischio di toccare una tematica del pubblico. Factotum è un medley della vita.

Se dovessi chiederti qui, su due piedi, una storia di cui firmeresti sceneggiatura e regia, quale sarebbe?

Il pianista.

Non ti chiedo il film, ma la tua scena preferita nel mondo del cinema.

So già che ti rispondo una cosa ma me ne vengono mille, vado ad istinto. Cavolo…fatico. Sicuramente la scena che mi ha segnato di più è quella scena di Taxi Driver in cui lui parla della sua solitudine in un letto. Mi ha colpito molto perché fondamentalmente sono un tipo solitario.

Cosa ne pensi dello scandalo Weinstein? E delle molestie nel cinema?

Sono sempre esistite, putroppo. Anche nei confronti degli attori uomini. Penso che una donna debba assolutamente denunciare ogni tipo di cosa e debba fregarsene della carriera. Credo chegli uomini debbano fare assolutamente fare qualcosa e io nel mio piccolo, anche con Factotum, ho cercato di farlo. Per quanto riguarda Weinstein, sono dell’idea che non sia il caso alimentare il fuoco, spendendo ulteriori parole per questo schifo.

Parliamo di musica, l’altra metà del tuo macrocosmo. Che progetti hai?

Ho diversi progetti per quanto riguarda il festival di Castrocaro. Come musicista mi chiamo Incognito. La musica è una parte di me, provengo da una famiglia di musicisti.

Hai mai pensato di dedicarti ad altro che non sia la recitazione o la musica?

Penso di volermi dedicare solo ad una cosa che non sia quello, alla mia famiglia un domani.

Dove ti vedi tra dieci anni e cosa ti auguri per il futuro?

Mi auguro la serenità e di poter lavorare con i registi con cui vorrei lavorare. Esprimermi al meglio per poter tirar fuori il meglio di me e mi vedo con una famiglia e dei figli.

Chi ti ispira o ti ha ispirato in passato?

Mio padre.

Il talento senza dedizione e senza studio, esiste secondo te?

Può esistere ma può essere buttato nel cesso. Va educato il talento.

In sintesi: Chi è Marcello Maietta?

Una persona sincera, allenata alle fatiche della vita e testarda.

 

#DIETROLEQUINTE: Com’è la vita di un giovane attore in Italia?
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Carmen Bagalà

Studentessa c/o Bocconi e Ied, ha una grande passione per il cinema, la regia, l’arte e qualsiasi cosa si intenda per espressione dell’essere. Ha scoperto il cinema da piccola guardando Fellini e Godard e se ne è innamorata. È sempre alla ricerca della novità originale. Adora le simmetrie di Wes Anderson, Sorrentino e le serie tv made in UK.

“Louis, credo che questo sia l’inizio di una bella amicizia..”

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