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Tempo di Lettura: 3 minuti

Come direbbero gli inglesi, “It’s not my cup of tea”, non è proprio il mio genere: questo ho pensato dopo la prima mezz’ora di La Vita Invisibile di Eurídice Gusmãoche ha una ricerca estetica molto particolare e non mi ha conquistato subito. Lo ha fatto con il passare dei minuti, grazie alla potenza della sua storia e al talento cristallino della protagonista.

Euridice e Guida sono due sorelle, unite da un legame intimo e profondo: non ci è raccontato molto della loro vita, bastano poche scene fatte di risate e sguardi, di confessioni imbarazzate sugli uomini e sul sesso.

Cresciute nella Rio de Janeiro degli anni ’50, sono limitate da un ambiente maschilista e conservatore e totalmente succubi di loro padre, un uomo “rimasto al secolo scorso”. Senza dire nulla a nessuno, una notte, Guida decide di scappare e imbarcarsi per la Grecia con il suo amante. Le strade delle due sorelle si separano: il padre, distrutto dalla vergogna di una figlia in fuga, non concederà loro alcun contatto e non rimarranno che i ricordi a coltivare il loro rapporto inscindibile.

La prima cosa che colpisce de La Vita Invisibile di Eurídice Gusmão è la rappresentazione grottesca di tutte le figure maschili del film, eccezion fatta per i bambini. Il padre di Euridice e Guida è un uomo di una violenza rabbiosa, che annichilisce e annulla la moglie; i suoi comportamenti per la verità sembrano condizionati dalle apparenze sociali, in un mondo patriarcale e arretrato. L’amante di Guida, poi, si rivela molto diverso dall’esotico marinaio su cui tanto la ragazza aveva fantasticato. Di tutt’altro stampo le figure femminili, che sembrano sviluppare un rapporto solidale e di reciproca comprensione e che reagiscono alla violenza con dolcezza ed esuberanza, alla ricerca di liberta e – perchè no – trasgressioni.

Questo desiderio di libertà, fisiologico e quasi carnale, si traduce in una messa in scena “calda” e febbricitante.

A circa trequarti di film assistiamo alla malattia di un personaggio ed è come se respirassimo la stessa aria asfissiante, come se potessimo provare il suo disagio. La regia del brasiliano Karim Aïnouz contribuisce a creare questo senso di continua oppressione, con inquadrature strette sui volti dei protagonisti e sulle loro nevrosi e paure quotidiane. La narrazione si sviluppa su due binari paralleli seguendo il percorso delle sorelle, due facce (molto diverse) della stessa medaglia.

Eurídice ha un animo artistico fortemente represso ed è costretta ad un’esistenza fatta di doveri coniugali, di convenzioni; la sua è di fatto una vita “invisibile”, dall’andamento sempre incerto e timoroso. Guida al contrario è ribelle e focosa, nonostante le difficoltà cerca di ritagliarsi un posto nel mondo e di ricostruire una famiglia, dopo essere stata disconosciuta dalla propria. Ma la famiglia non è sangue, è Amore.

La Vita Invisibile di Eurídice Gusmão è un crescendo continuo di emozioni, si sviluppa sul filo di due vite parallele che si sfiorano ma non si incrociano mai. Una storia d’amore potente, un’epopea familiare d’altri tempi con la confezione calda e ribollente del cinema sudamericano.

La Vita Invisibile di Eurídice Gusmão è imperdibile
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Laureato in Economia per Arte, Cultura e Comunicazione, ha una spiccata passione per il marketing cinematografico. Cresciuto a pane e Mostra del Cinema di Venezia, ha in Roman Polanski e Woody Allen i suoi maestri. Le Serie TV sono una passione più recente, da Mindhunter a Mr.Robot

“Louis, credo che questo sia l’inizio di una bella amicizia..”

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