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C’è evidente bisogno di parlare ancora di omosessualità nel 2018, e il nuovo film della newyorkese Desiree Akhavan lo fa con tenerezza e umanità immensa. La regista, che ne ha scritto anche la sceneggiatura, non era nuova al tema della ricerca di identità sessuale, già trattato nel suo Appropriate Behaviour del 2014.

La diseducazione di Cameron Post parla di sessualità appena scoperta, di menti giovani e facilmente plasmabili. Tratta di ragazzi e ragazze, riuniti in questo centro di terapia di conversione, spinti a cercare da sé le cause sommerse del proprio (sbagliato) orientamento sessuale.

Cameron Post, a dispetto del titolo, è una ragazza educata e taciturna.

Chloë Grace Moretz ne interpreta il silenzio con un gioco di sguardi incredibile, una timidezza che disarma. Ma Cameron è anche diseducata agli occhi della direttrice dell’Istituto, Lydia, proprio perché tace. Vorrebbe trasformarla in una attiva e convinta seguace dei precetti biblici, come ha fatto con il fratello Rick, prima gay e adesso pentito confidente degli studenti, tutto chitarra e ping pong. Il resto dei ragazzi, mandati lì contro la propria volontà, provano a loro modo ad adeguarsi al sistema: chi canta, chi fa ginnastica, chi fuma erba di nascosto. Tra questi ultimi Cameron trova Adam e Jane, con cui stringe amicizia e trova sfogo e confidenza, formando una piccola comunità di ammutinati.

Quello che stupisce di Cameron è però la sua muta consapevolezza che il suo “sommerso” non ha colpe per il fatto che le piacciano le ragazze. Sì, ha perso entrambi i genitori, come spiega in un colloquio con la direttrice, e sì, le piace lo sport (meravigliose le inquadrature di corsa solitaria nella tuta Adidas, un riassunto un po’ indie della libertà emotiva). Ma non pensa che questo basti a darle un’etichetta. «Non mi identifico in un bel niente» dice, e Lydia non capisce, non può capire, ha sempre ragionato per codici binari. Le attrazioni di Cameron sono affari suoi e, fatta eccezione per i flashback di quando fu scoperta in intimità con la sua amica Coley, non tornano nel resto del film, che si trasforma così in una esplorazione del disagio altrui, coetaneo.

Intorno a Cameron ci sono ragazzi pieni di irrisolti, studenti che si nascondono e reprimono perché credono di trovare versioni migliori di se stessi sulla strada cattolica.

Vivono in un ambiente di sottile e persistente violenza psicologica, costretti a odiarsi, a scoppiare in offese non volute, a controllare in modo innaturale i propri istinti per non cedere a quello che credono sia peccato. Il sesso, presente più volte, ma sempre in maniera delicata e intuita, sembra incombere come il male; si svela poi essere la cosa più dolce nei baci che Cameron sogna di notte. Ma il sesso è respinto e odiato, è sbagliato, perché trascina verso la propria identità e allontana dalla bizzarra disciplina alla quale il centro di terapia vuole sottoporre i discepoli.

La diseducazione di Cameron Post è decisamente un film che devono vedere i genitori di domani, proprio perché di genitori, nel film, si parla poco. Sono loro ad aver mandato i propri figli lì, per “cambiarli”, o semplicemente per liberarsene. Il fastidio che a tratti dà il film, perciò, tra dialoghi generazionali apparentemente lontanissimi e sguardi persi, vuol risvegliare dal sonno dell’indifferenza nei confronti della sessualità. Essere gay, essere lesbica, o decidere di non chiamarsi in nessun modo e vivere la propria sessualità liberamente: come un sottotesto invisibile le inquadrature irrimediabilmente fresche del film restituiscono un sonoro eco che colpisce il tema dell’essere genitori. Come un monito a non negare l’omosessualità, ma anche a non negare l’adolescenza.

Locandina a parte (un filtro Nashville su un ritratto tagliato di Cameron, molto millennial) e accantonato anche il tono gentile con cui sono riprese le stanze, il bosco, i campi verdi e il bellissimo profilo della protagonista, il film di Akhavan è un film molto adulto e fedele alla realtà dei “centri di conversione”, di cui gli Stati Uniti abbondano. Una realtà, quella del cristianesimo correttore e retrogrado, di cui parlerà anche Boy Erased, il film di Joel Edgerton che uscirà nelle sale italiane nel 2019. Stessa tematica ma al maschile, e una cura in più sulla prospettiva familiare dell’accettazione. A costo di ripeterlo: c’è evidente bisogno di parlare ancora di omosessualità oggi.

Credits image: IMDB.com
“La diseducazione di Cameron Post”: il peccato di essere se stessi
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Tommaso Tagliabue

Appassionato di ogni genere, tranne gli horror che non fanno dormire e i western. Accanito sostenitore della visione in sala, apprezza per di più la fotografia e l’estetica di un film, ma ha un occhio di riguardo anche per la sceneggiatura. Xavier Dolan è il suo dio – ma in fondo è politeista.

“Louis, credo che questo sia l’inizio di una bella amicizia..”

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