fbpx
Ti sarà inviata una password per E-mail
Tempo di Lettura: 4 minuti

“Per tutta la vita, non ho mai saputo se esistevo veramente.”

Il Joker di Todd Phillips (nelle sale italiane a partire dal 3 ottobre) è un film che tratta sostanzialmente di indifferenza, di persone dimenticate da tutti, abbandonate dalla società. Di non visti. Bastano pochi secondi per capire che il mondo di cui si parla non è certo quello della Marvel o della DC Comics, da cui il regista ha dichiaratamente voluto prendere le distanze sin dalle fasi iniziali del progetto, bensì il nostro, nella sua accezione più cruda e realistica.

Prodotto dallo stesso Phillips e da Bradley Cooper – già rodati nella trilogia Una notte da Leoni, decisamente un bel salto fino al Leone d’Oro di Venezia76 – questa origin-story sceglie di concentrarsi sull’arco temporale che porta l’uomo-Joker a diventare il Joker-bestia, e lascia sinceramente un po’ spiazzati per l’umanità con cui riesce a farlo.

Troppo fragile per vivere in una Gotham City ancora più squallida (nonché più vicina a noi) di come la ricordiamo nella trilogia di Christopher Nolan, Arthur Fleck è la personificazione del disadattato, una persona ai margini della società, completamente sola, che vive con la vecchia madre e si barcamena facendo il clown per strada, nella vana attesa di realizzare il suo grande sogno, unico filo che lo tiene legato alla realtà: diventare un cabarettista di successo ed essere notato dal suo idolo, un famoso presentatore televisivo (interpretato da un Robert De Niro che sembra uscito direttamente da Re per una notte). Un uomo profondamente innocuo insomma, ma inadeguato al mondo che lo circonda, affetto da una malattia mentale che gli provoca attacchi di risate inquietanti e irrefrenabili (ma anche parecchio divertenti, a tratti) a prescindere dallo stato d’animo o dalla situazione in cui si trova, massacrato da una società che nel migliore dei casi lo ignora, nel peggiore lo umilia.

Delusione dopo delusione, umiliazione dopo umiliazione, assistiamo (non senza una certa partecipazione emotiva) al suo inarrestabile tracollo psicologico e lo vediamo abbandonare ogni speranza e regola sociale, lasciare andare anche l’ultima parvenza di “normalità” per finire in una spirale di rabbia, mista a gioiosa libertà, che si trasforma ben presto in pazzia pura. Un (delizioso) crescendo di incontrollabile follia criminale che lo porterà a diventare simbolo di una rivolta anti-sistema, voce del malcontento e della disperazione che impesta la fascia più sfortunata del popolo di Gotham.

Il tutto è ritmato, in modo impeccabile, da un sottofondo musicale che è valso al film anche il premio per la migliore colonna sonora, firmata dall’islandese Hildur Guðnadóttir: un mix di composizioni originali e grandi classici americani che regala al lungometraggio un non so che di evocativo e nostalgico. Per quanto mi riguarda, c’è una scena ben precisa in cui mi sono fatta conquistare da questo film: il momento in cui Arthur Fleck diventa il Joker che tutti conosciamo. Completo rosso, faccia dipinta di bianco, sorriso inquietante stampato sulle labbra, scende le scale a passo di danza come se fosse il re del mondo, sulle note azzeccatissime di “Rock And Roll Part 2”. Finalmente libero, ebbro di una follia a tutto tondo ormai incontrollabile e senza ritorno. Magnifico.

Da brividi l’interpretazione di Joaquin Phoenix, che da tempo era alla ricerca di un ruolo improntato sullo studio profondo del personaggio, sull’immedesimazione. Con Joker ha trovato pane per i suoi denti, e non ci sorprenderebbe ritrovarlo tra i candidati agli Oscar. Per calarsi nella parte ha perso 20 chili e passato mesi a studiare le risate di persone affette da disturbi psichiatrici: il risultato è una prestazione che si posiziona senza dubbio, per quanto differente, ai livelli dei Joker impersonati da Heath Ledger e Jack Nicholson.

Unica pecca – giusto per trovarne una – è forse la mancanza di coesione nella parte centrale del film, che perde qualcosa sia a livello di ritmo che di recitazione, se paragonato all’inizio ipnotico e al finale pirotecnico. Assolutamente da vedere.

Il Joker psicologico sbanca a Venezia 76
5 (100%) 2 votes

Giurista di formazione ma scrittrice di indole, ha un Master in Giornalismo e una forte passione per tutto ciò che sia in grado di provocare riflessioni e cogliere le sfumature più delicate, arte cinematografica in primis. Considera Wes Anderson e Terrence Malick le pietre miliari del suo amore per il cinema.

“Louis, credo che questo sia l’inizio di una bella amicizia..”

La newsletter di RumoriFuoriScena è gratuita. Breve. Scritta da amanti del cinema per amanti del cinema.

Iscriviti alla newsletter!

Vai alla barra degli strumenti