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Lunedì scorso sono andate finalmente in onda le prime due puntate de Il nome della rosa dopo i tanti mesi d’attesa dall’annuncio di Rai Fiction che, con Palomar e 11 Marzo, ha prodotto la serie.

Il successo di pubblico è stato buono (anche se lontano dai vertici di Montalbano) con punte vicine ai 7 milioni, e la critica si è espressa in modo sostanzialmente positivo. Ma un primo bilancio non può basarsi solo sulla “garanzia” del consueto bacino di pubblico della prima serata del lunedì di Rai 1, dai soliti complimenti dedicati alle mega produzioni di “mamma Rai” e soprattutto dal fatto che la serie è stata venduta in 132 paesi nel mondo (seconda solo a Gomorra). Tutti fatti positivi, non c’è dubbio, ma non accontentiamoci: la serie merita qualche approfondimento in più.

L’adattamento televisivo del best seller di Umberto Eco del 1981 segue ormai la via maestra che ha visto negli ultimi anni “saccheggiare”, da parte di tutte le case di produzione più note fino ai broadcaster come Sky, Netflix e da poco Amazon Prime, personaggi, famiglie, libri, film e fatti di contenuto storico.

 Nel caso de Il nome della rosa la serie deve fare i conti non solo con uno dei libri italiani più venduti al mondo, scritto in modo sorprendente da un “pacifico” professore universitario bolognese, ma anche con l’ottimo film di Jean Jaques Annaud del 1988 e questo è l’aspetto più complesso di questa analisi: non poter prescindere da un duplice confronto.

Ma andiamo con ordine e cominciamo dalla storia che è ambientata nel nord Italia nel 1327. 

Il colto e saggio frate francescano Guglielmo da Baskerville, seguito dal novizio benedettino Adso de Melk, giungono in una abbazia benedettina per contribuire a risolvere una disputa sulla povertà fra alcuni rappresentanti dell’ordine dei francescani e altri del papato giunti da Avignone. In ballo c’è la questione irrisolta e profonda sul ruolo della Chiesa,  ovvero se debba mantenere ricchezza e potere o se debba farsi povera, come Cristo, e dedicarsi esclusivamente a questioni spirituali. Ma al loro arrivo si trovano invischiati in una serie di morti inspiegabili su cui Guglielmo comincia ad indagare. Intorno a loro si sente il peso di tempi complicati e bui: il Papa e l’ Imperatore sono in guerra, in gioco la separazione fra politica e religione. In parallelo il sanguinario inquisitore domenicano Gui, in marcia verso l’abbazia, compie stragi e mette al rogo gli eretici.

Lo sviluppo della trama in tv rispetta bene la profondità e la progressione narrativa del libro. Rispetto al film invece, i tempi ovviamente sono più dilatati ma l’incalzante succedersi dei fatti misteriosi e dei colpi di scena raccontati in pellicola da Annaud non ha niente a che vedere con una lentezza, talvolta soporifera, della sceneggiatura televisiva e della regia del più che volenteroso Giacomo Battiato.

Viene facile il confronto con due casi simili del recente passato: le serie tv Gomorra e Suburra entrambe derivate dai libri di Saviano e De Cataldo ed anticipate dai rispettivi film. Per entrambe l’esito è, a mio parere, opposto. La serie diretta da Stefano Sollima & co. supera di slancio l’ottimo film di Matteo Garrone del 2008 per capacità di racconto, bravura dei personaggi ed una cifra registica unica. Per non parlare di quella diretta dal trio Placido, Molaioli e Capotondi che, pur confezionando un prodotto inferiore a Gomorra, è superiore, per analisi dei caratteri e racconto delle atmosfere di una Roma decadente, al solo discreto film di Sollima.

Venendo ai personaggi de Il nome della rosa i due principali sono interpretati da un convincente John Turturro (Guglielmo) e da un per ora troppo timido Damian Ardung (Adso).

 

Ma qui il confronto con il film diventa impietoso. Nulla del carisma, del magnetismo e delle pause piene di espressioni e di rughe di Sean Connery si ritrova in Turturro.  Il bravo attore americano di origini italiane conferisce al frate una cifra personale interessante ma il Guglielmo di Eco resterà per sempre quello maestoso del film. Per non parlare del povero Ardung (Adso) che, a cospetto del quasi esordiente Christian Slater, perde nettamente ai punti per presenza scenica e intensità di espressione.

Azzeccate invece le tre scelte tutte italiane di Fabrizio Bentivoglio (Remigio da Varagine), Stefano  Fresi (Salvatore) e Alessio Boni (Dolcino) che non stonano per niente rispetto ai caratteristi scelti da Annaud.

Per concludere il tema importante della ricostruzione storica attraverso scenografie e costumi. 

Rispetto al recente I Medici, di cui ho criticato in passato la povertà (non sapremo mai se voluta o meno), qui siamo su un altro pianeta: tutto è ricostruito con maggiore ricchezza di mezzi e attenzione e una interessante cromia molto basica virata sui grigi e sui marroni della pietra, delle tonache, dei libri e della polvere.

La scelta probabilmente è voluta per sottolineare la differenza fra la semplicità e l’umiltà della chiesa più autentica, rappresentata dai monasteri, e il lusso e lo sfarzo della sede papale. Ma è difficile comunque spiegare perché la forza espressiva delle ambientazioni e delle ricostruzioni di altre serie storiche internazionali non sia mai presente dalle nostre parti. Pensate a come il verde dei muschi norvegesi, l’argento degli elmi, il grigio del mare e delle nebbie di Vikings ad esempio pulsava ed entrava dentro con una forza unica. Per non parlare dei rossi e dei gialli degli arredamenti del palazzo, pur un po’ decadente, di Downtown Abbey che trasmettevano da soli lo spirito di quei tempi e la voglia di  resistere di una nobiltà, all’inizio del ‘900, in lotta fra un passato fastoso e un futuro sempre più incerto.

Ma torniamo a Il nome della rosa. Dopo le prime due puntate il voto è per ora sopra la sufficienza (ma come ci dicevano a scuola “può fare di più se si impegna”). Il confronto con il libro, per quanto possibile, è positivo. Per ora il film batte la serie tv tre a zero, ma aspettiamo le prossime puntate: una rimonta magari è possibile. Per una sconfitta più dignitosa o un pareggio al fotofinish? Vediamo, si accettano scommesse!

“IL NOME DELLA ROSA” DIVENTA SERIE TV MA È TROPPO PRESTO PER GIUDICARLA.
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Pubblicitario per professione e abbonato “da sempre in prima fila” alla poltrona per cinema e TV. Da 40 anni divora ogni cosa di celluloide e ha eletto Lost come serie della vita. Parafrasando Parenthood: per lui quando si spegne la luce in sala o a casa “Tutto può succedere!”

“Louis, credo che questo sia l’inizio di una bella amicizia..”

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