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Il nuovo film di Charlie Kaufman è già di per sé un paradosso. Il regista americano ritorna a parlare delle sue ossessioni (il tempo, la solitudine, le nevrosi), delle sue allucinazioni più intime e private, ma lo fa sul palco più popolare del mondo, Netflix, quasi a voler metaforicamente allargare il suo messaggio al pubblico più ampio possibile.

Lo spunto di partenza è infatti piuttosto semplice: nel tragitto in macchina per andare a conoscere i genitori del suo nuovo fidanzato, la protagonista è assalita da un dubbio, da un presentimento negativo che si traduce nella frase “Sto pensando di finirla qui”, un leitmotiv che si ripete ossessivamente. Quest’angoscia esistenziale, nel corso del film, si concretizza in una serie di dettagli grotteschi e in un continuo ribaltamento del focus (anche cinematografico), dalla protagonista femminile al fidanzato Jake. Qualcosa non torna nella storia, più voci si sovrappongono nello stesso racconto, più piani temporali si intersecano sullo schermo: i genitori di Jake sono giovani o vecchi? E lo stesso Jake, che rapporto ha davvero con la sua fidanzata, che è allo stesso tempo colta, spiritosa, di successo e comprensiva?

SPOILER ALERT!

Gli stessi monologhi dei personaggi cominciano a sovrapporsi fino a non distinguere più chi parla da chi ascolta: e così si forma il sospetto che la ragazza di Jake non sia altro che una proiezione di tutto ciò che lui avrebbe voluto essere. La ragazza non ha un nome, ma esiste solo nella mente delle altre persone che gliene attribuiscono uno. La foto di famiglia appesa in salotto è il primo vero momento in cui le due figure si confondono l’una con l’altra, ma l’elenco continua: i quadri dipinti da lei sono rinvenuti nella cantina, la poesia Ossa di Cane dai lei declamata campeggia in un quaderno di Jake.

Ma forse il dettaglio che più ci ha inquietati è l’ossessione della ragazza nel voler tornare a casa – da lei sempre descritta come un luogo disgustoso e tetro. Quando Jake insinua che la casa cui fare ritorno sia in realtà la fattoria dei suoi genitori, finalmente emerge il fulcro narrativo del film: l’insoddisfazione e la delusione di una vita, impersonata dalla figura del bidello che assiste ai margini della vicenda, che fanno da contraltare alla visione ideale della ragazza dotata, abile, intelligente  e capace.

La vita in fondo non è altro che la percezione che noi abbiamo di essa, e non qualcosa di oggettivo: il film stesso ci insegna che noi pretendiamo una lettura lineare di ciò che ci accade, quando dovremmo riconoscere e accettare l’influenza delle nostre esperienze, che ne distorce e deforma la visione.

Il film di Kaufman è un miscuglio inestricabile di citazioni

Un viaggio metaforico e una riflessione profonda su quanto il cinema, la letteratura, l’arte suggestioni la nostra lettura del mondo e dell’amore. Un viaggio intrigante, a tratti però faticoso, che dissemina indizi stranianti lungo il percorso per tenerci agganciati fino al gran finale. Manca, a differenza di altri suoi capolavori precedenti, un attore che si carichi sulle spalle il progetto e gli dia concretezza (Jim Carrey, o soprattutto Philip Seymour Hoffman) e corpo; questo rende più difficile l’immedesimazione e ancor più oscuri certi passaggi, e forse meno indimenticabile il risultato finale.

 

 

Il grande ritorno di Charlie Kaufman su Netflix
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Laureato in Economia per Arte, Cultura e Comunicazione, ha una spiccata passione per il marketing cinematografico. Cresciuto a pane e Mostra del Cinema di Venezia, ha in Roman Polanski e Woody Allen i suoi maestri. Le Serie TV sono una passione più recente, da Mindhunter a Mr.Robot