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Gaspar Noé è colui che potremmo definire un genio raramente compreso.

Il regista franco-argentino non è noto tanto per la moltitudine di pellicole realizzate – i film del regista si possono contare sulle dita di una mano – quanto, piuttosto, per le trame intricate, per la sinuosità dei movimenti di macchina e per un’impeccabile fotografia.

Il suo è un cinema che predilige più le immagini ai dialoghi; Noè si serve infatti del linguaggio visivo per riflettere nello spettatore quella che è la natura umana – e a volte disumana – dei suoi personaggi.

Le sue storie trovano forza nell’ambiguità del verbo riflettere. In fisica, riferito come soggetto alla superficie di un corpo, significa rinviare sotto forma di onde riflesse una parte dell’energia luminosa delle onde incidenti. Più semplicemente, nel linguaggio comune, rappresenta l’atto di rimandare indietro la luce o altre energie o ancora immagini che si riproducono per riflessione. Ma il termine riflettere, come sappiamo, vuol dire anche manifestare e manifestarsi esteriormente, riferito a pensieri, sentimenti è stato d’animo.

Lo stile del suo cinema si rifà a pellicole quali Taxi Driver, che ritroveremo sotto forma di omaggio in Seul Contre Tous (1998) nel momento in cui il protagonista riflette sulla solitudine, e ad Arancia Meccanica per quanto riguarda la violenza di una pellicola come Irreversible (2002).

Seul Contre Tous è il primo lungometraggio del regista, nonché sequel del suo più famoso corto intitolato Carne. Quest’ultimo racconta la storia di un macellaio parigino che vive un rapporto morboso, al limite dell’incestuoso, con la figlia Cynthia. Il corto ci presenta la figura di un personaggio nichilista e solitario che si sviluppa all’interno della pellicola successiva.

La drammaticità di Noé tocca il suo apice con Irriversible, che racconta una storia di violenza fisica e psicologica. Protagonisti della pellicola sono Marcus, interpretato da Vincent Cassel, e Alex, interpretata da Monica Bellucci.

La potenza visiva che Noé ci trasmette nella scena del pestaggio, così come in quella dello stupro della Bellucci durata otto minuti, si rivela un pugno nello stomaco per lo spettatore.

Del 2010 è invece Enter The Void, una pellicola che ci viene presentata con i Kaleidoscope Eyes di Oscar, il protagonista.

La vicenda è ambientata a Tokyo, la city delle blinding light. La fotografia è stroboscopica e si alternano piani sequenza, parti girate soggettivamente e altre in cui la macchina da presa fluttua nell’etere. Enter The void è una riflessione sulla morte e la resurrezione.

Love (2015) si conferma essere la pellicola, a nostro avviso, più riuscita dell’artista.

Un film erotico dai fotogrammi caravaggeschi. Mai volgare e mai scontato, Love è sofferenza, annullamento di sé e molte altre cose; perfetto dal punto di vista tecnico, racconta l’apoteosi del piacere, che per essere tale deve necessariamente avere – per Noé – una controparte drammatica e tragica.

Il tema del piacere ricorre nelle pellicole del regista e potremmo dire senza ombra di dubbio che sia un degno allievo del nostrano D’Annunzio.

Climax (2018) uscirà nelle sale italiane a settembre. La trasgressione e l’uso di LSD saranno i temi intorno ai quali verteranno le vicende di una compagnia di ballerini. Non ci resta che attendere impazienti l’uscita per poter decretare se, ancora una volta, Noé ha tradotto la sua fervida immaginazione in violente pennellate sulla pellicola.

Gaspar Noé: il cinema degli eccessi
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Carmen Bagalà

Studentessa c/o Bocconi e Ied, ha una grande passione per il cinema, la regia, l’arte e qualsiasi cosa si intenda per espressione dell’essere. Ha scoperto il cinema da piccola guardando Fellini e Godard e se ne è innamorata. È sempre alla ricerca della novità originale. Adora le simmetrie di Wes Anderson, Sorrentino e le serie tv made in UK.