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Il napoletano premio Oscar Paolo Sorrentino si posiziona sul podio dei registi più apprezzati del panorama cinematografico italiano.
La passione per la celluloide e tutto ciò che concerne la realizzazione di un film ha portato Sorrentino – dopo aver abbandonato la facoltà di Economia e Commercio – a muovere i primi passi all’interno di questo grande ingranaggio, dapprima come sceneggiatore, con la convinzione (rivelatasi poi infondata) di non possedere le capacità necessarie per poter stare al comando e al controllo.

I FILM

Dopo l’esordio con i primi cortometraggi al fianco di nomi quali Stefano Russo, Stefano Incerti e Antonio Capuano, inizia una serrata collaborazione con la Indigo Film (figlia dei produttori Nicola Giuliano, Francesca Cima e Carlotta Calori) che sarà la casa produttrice delle future e più note pellicole del regista.

Nel 2001 viene presentato al Festival del Cinema di Venezia il suo primo lungometraggio: L’uomo in più.

La fotografia è frutto di una scelta stilistica non casuale: le atmosfere – fortemente cupe – non vengono sostituite dai ritmi leggeri propri degli anni ‘80, periodo di ambientazione, ma si intrecciano tra loro fin quasi a contrapporsi, come la storia del cantante cocainomane Tony Pisapia interpretato da Toni Servillo, e quella di Antonio Pisapia, un calciatore la cui interpretazione è stato affidata ad Andrea Renzi. Un profondo senso di solitudine pervade i due protagonisti, tanto da far percepire fortemente e distintamente allo spettatore la paura di fallire, propria del genere umano.

A L’uomo in più segue Le conseguenze dell’amore. Il film consolida il connubio artistico tra la coppia Sorrentino-Servillo. Quest’ultimo sceglie difatti nuovamente Toni Servillo per interpretare Titta di Girolamo, protagonista della pellicola. Titta è un osservatore acuto, rinchiuso in una gabbia mentale da lui stesso creata. È un invisible-man che vive nell’immobilità più assoluta. È un personaggio magniloquente e la sua espressività è unicamente affidata ai silenzi, agli impercettibili movimenti e alle reazioni che si leggono sul suo volto.

 

Ne L’amico di famiglia, il regista partenopeo fa sua la massima macbethiana “Prendi l’aspetto del fiore innocente, ma sii il serpente sotto di esso”, inscenando le vicende di un vecchio usuraio dell’Agro Pontino che ama entrare a far parte integrante delle vite delle sue vittime. La peculiarità della sceneggiatura risiede prevalentemente nel fatto che nel film non venga salvato nessuno, nemmeno i buoni, ritenendo infatti che anche questi ultimi non siano privi di macchie, in una sorta di sommaria equiparazione tra vittima e carnefice.

 

Ne Il Divo, Sorrentino traccia la figura per molti versi misteriosa, una sorta di eminenza grigia, di Giulio Andreotti, raccontando l’uomo che non ebbe particolari vizi se non il più emblematico per un uomo politico, il piacere dell’esercizio del potere. Nella pellicola si ripercorre la politica italiana dal ‘91 al ’96, lasciando volutamente a margine gli scandali politici che imperversarono in quel preciso periodo storico, focalizzando la massima attenzione sul personaggio Andreotti, descritto da Sorrentino come un uomo assuefatto al potere da rimanerne quasi accecato, al punto che nell’immaginario collettivo, nel bene e nel male, è stato considerato l’artefice di tutto ciò è successo in Italia dal dopoguerra al nuovo millennio. L’abile utilizzo delle luci, le canzoni del periodo e la magistrale interpretazione di Servillo rendono “Il Divo” una delle pellicole più apprezzate del regista.

Con This must be the place, Sorrentino si sposta oltreoceano e racconta il viaggio di un uomo alla ricerca di sè stesso. Il titolo è ripreso da una canzone dei Talking Heads (amatissimi da Sorrentino e presenti nella pellicola stessa).
Il protagonista Cheyenne, una depressa ex rockstar è interpretato da Sean Penn. È stravagante, con il trucco sugli occhi e i capelli cotonati, ha un’andatura a dir poco lenta e una voce pacata. In sintesi, un personaggio con un’aura disincantata e fantastica. Fin dai primi fotogrammi lo spettatore stringe un rapporto di tipo empatico con la rockstar decaduta, che lo portano ad immedesimarsi nello stesso e a provare inimmaginabili emozioni. Cheyenne è un uomo turbato, pieno di paure, perseguitato dal passato e tormentato dagli errori commessi.
Il film è una metafora mediante la quale si racconta il viaggio dell’uomo per raggiungere la consapevolezza che determinati eventi nella vita lasciano un segno profondo e non possono essere cambiati, che alcune circostanze ci mettono inevitabilmente alla prova e sta a noi risalire il tunnel per raggiungere la luce, riuscendo a crescere e a non rimanere bloccati nel limbo.

 

Sullo sfondo di una Roma capitale dell’opulenza disinibita ed eccentrica, ecco ergersi, tra le terrazze mondane de La Grande Bellezza, l’insegna Martini, simbolo di una Roma goduriosa.

La Grande Bellezza è il film che ha portato Sorrentino ad alzare, come fece qualche anno prima, nel 2006, il suo concittadino Fabio Cannavaro con la FIFA World Champions a Berlino, l’ambita statuetta d’oro dell’Oscar cinematografico sul palco del Dolby Theatre di Los Angeles, a completamento di un periodo di grandi soddisfazioni internazionali per il nostro Paese.


Ne La Grande Bellezza Sorrentino ha una maniera di raccontare personale che non segue una linearità narrativa, ma procede per associazioni che turbano ed affascinano. Potremmo dire, riprendendo Languore di Verlaine, che racconta la caduta dell’ “Impero alla fine della decadenza” e le vicende di rammolliti semidei, annoiati e decadenti.
La grande bellezza si pone come un viaggio nella memoria del protagonista Jep Gambardella, interpretato da Servillo. Il protagonista è pervaso da un sentimento di smarrimento, non trova più le parole giuste per raccontare quella che è la sua realtà, perdendo tempo alle feste e dissipando le sue energie nei trenini, definiti da Servillo “mulinelli di insensatezza”. È un film che non da risposte, ma fa sorgere una strana consapevolezza in ogni spettatore.
Molti hanno accostato La Grande Bellezza a La Dolce Vita di Fellini. Effettivamente, nonostante i due film siano molto diversi, i due registi non hanno fatto altro che raccontare lo spirito del tempo in cui hanno vissuto e in cui vivono. La meraviglia di una Roma mondana, magnifica e magica, degna di un passato che le ha dato gloria. Una Roma che si contraddistingue dai personaggi che la abitano, fortemente insofferenti per il disagio generale di non saper stare al mondo. Peccato che il film non sia stato compreso appieno.

Al film premio oscar, segue Youth- La giovinezza, incentrato sulle figure di due personaggi: Fred Ballinger interpretato da Michael Caine e Mick Boyle Interpretato da Harvey Keitel. I due amici di vecchia data, soggiornarnano in un hotel svizzero. Youth appare allo spettatore come un rebus di difficile risoluzione. Lo mette in difficoltà, suggerendogli solo di lasciarsi andare senza fare troppe domande. Sorrentino ci traina lungo la trama e affronta temi ricorrenti quali l’amicizia, il tempo e l’arte. Può, senza dubbio, essere paragonato ad un manuale contro il senso di inadeguatezza.

 

La serie televisiva The Young Pope ha fatto il suo debutto il 21 ottobre 2016, dando così a tutti gli spettatori impazienti la particolare visione che il regista partenopeo ha del mondo cattolico e del Vaticano. Il protagonista della serie è un giovane Papa americano, Lenny Belardo, interpretato da Jude Law, che fuma e beve Coca-Cola Cherry Zero. La colonna sonora, a partire da Nada per finire con Flume, l’intreccio delle vicende dei personaggi e la ricostruzione nelle inquadrature di una realtà nascosta ed inaccessibile per eccellenza, quale Città del Vaticano, si configurano, all’interno della storyboard, come memorabili, avant garde e brillanti.

Lenny Belardo è un papa atipico, che si eclissa.

È il dark side of the moon del Cattolicesimo, per riprendere i Pink Floyd. È un papa ispirato dai Daft Punk e Mina. Si autodefinisce una contraddizione, poichè mette in dubbio la sua fede in Dio; è un Papa che accusa e non assolve. Un Papa irriverente, bellissimo e sfacciato che fa l’occhiolino sulle note di All Along the Watchtower, nella versione di Devlin, ma che durante la serie subirà una evoluzione che lo porterà a mostrarsi ai suoi fedeli e a fare discorsi di pace.
È una serie che racconta vuoti non colmati (Lenny è difatti un orfano), amori mancati e il desiderio di trovare o essere trovati da chi potrà accettarci per quello che siamo.

LO STILE

Quelle di Sorrentino sono pellicole in cui si fa tesoro del passato, in cui viene compresa appieno la necessità di costruire e di non distruggere. Tutte le pellicole sono impregnate di un nuovo Umanesimo. La cura per i dettagli, gli elementi contrastanti, le scenografie, la fotografia, i dialoghi e la capacità di rielaborare i personaggi sconosciuti trovano il loro zenit nelle pellicole sorrentiniane.

Il mettere in scena le consapevolezze delle fragilità dell’uomo non è un esercizio da sottovalutare perchè si rischia di cadere spesso nella banalità; Sorrentino, però, grazie alla sua sensibilità e il suo “multiforme ingegno”, racconta di come l’ombra all’interno della sala è la ricchezza che non si vede e che rende paradossalmente ben definito ed eloquente il cammino intrapreso dai suoi personaggi, descrivendo il viaggio mentale che alimenta i sogni e i desideri degli spettatori. L’ombra della sala non nasconde ma anzi rivela sentimenti, assenze, proiezioni e duplicità.

E così, come un abile illusionista con un gioco di prestigio e di luce riesce a cantare come un aedo greco il compimento del percorso dei suoi personaggi, figli della sua penna, più vicini a noi di quanto pensiamo.
#FOCUS ON: Paolo Sorrentino
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Carmen Bagalà

Studentessa c/o Bocconi e Ied, ha una grande passione per il cinema, la regia, l’arte e qualsiasi cosa si intenda per espressione dell’essere. Ha scoperto il cinema da piccola guardando Fellini e Godard e se ne è innamorata. È sempre alla ricerca della novità originale. Adora le simmetrie di Wes Anderson, Sorrentino e le serie tv made in UK.