fbpx
Ti sarà inviata una password per E-mail
Tempo di Lettura: 6 minuti

Fin dalle loro origini, cinema e moda hanno realizzato un connubio tale da poter essere quasi accostato, non per importanza ma storicamente parlando, ad una sorta di Duplice Alleanza.

È già durante la Belle Époque che la moda entra prepotentemente all’interno delle pellicole, facendosi spazio tra macchine da presa e prototipi di sgabelli in ebano nero da regista. Si pensi al genio visionario di George Méliès, padre degli effetti speciali, i cui  film venivano dipinti a mano. I deliziosi abiti indossati dagli attori facevano da corollario ad un mondo immaginifico e fantastico, o anche a Man Ray, Kenneth Anger e Hans Richter, che hanno dato un importante peso specifico al vestiario all’interno della narrazione filmica.

Si sa che l’abito non fa il monaco, ma nel cinema questa massima popolare risulta alquanto inapplicabile: sono infatti i costumi di scena a costruire l’essenza e l’alone di divismo di un personaggio di successo del grande schermo.

La moda, all’interno dello scomparto artistico nel quale il cinema si identifica, non solo diventa protagonista e alimenta il mito legato alla settima arte, facendo da cornice all’immagine del divo, ma detta gli stili e racconta necessità e cambiamenti di una società sempre in continuo divenire.

Durante gli anni venti erano principalmente due le rappresentazioni della donna messe in scena: da un lato c’era la vamp o le femme fatale, dall’altro la donna angelica.

Due modelli di donna in antitesi, che con il loro portamento quasi oscillante sembravano moderne trend hunters. Le attrici,  infatti, proiettavano il loro personalissimo stile provvedendo direttamente ai loro abiti di scena, quando la pellicola non richiedeva abiti in costume, per i quali le produzioni e i registi si affidavano alle mani di sapienti sarti teatrali.

Ben presto, però, la necessità di ideare abiti espressamente utilizzabili per il cinema andò via via sempre più affermandosi. Non erano ammesse imperfezioni e c’era il bisogno, anche attraverso un certosino lavoro di sartoria, di raggiungere e soddisfare appieno l’obiettivo della creazione del personaggio mito a tutto tondo. Iniziò quindi ad affermarsi sulla collina di Hollywood, durante i roaring twenties, la figura del costumista, la cui importanza è rappresentata altresì, a partire dal 1948, dall’istituzione dell’Oscar per il miglior costume.

In questo periodo è Paul Poiret il couturier che si impone con forza tra le star e i set hollywoodiani; dopo il primo conflitto mondiale, però, i modelli di Poiret apparvero troppo lussuosi e lontani dalle nuove esigenze, anche a causa dell’avvento del fenomeno Chanel. Nonostante ciò, il suo stile esotico-orientaleggiante e la sua proposta di donna odalisca saranno fonte di ispirazione per gli statunitensi Hodward Green, per l’eclettica costumista Natacha Rambova e per Adrian, considerato il più celebre costumista cinematografico.

In quel periodo i registi compresero pienamente l’importanza dell’abito nella riuscita di un film, e da qui la tendenza di assoldare illustratori, come Paul Iribe, per ideare le scenografie e i costumi.

Con gli anni ’30 nasceva l’ archetipo del celebrity endorsement, le grandi maisons francesi dettavano le mode del momento e vestivano le star del grande schermo che venivano considerate come prodotti commerciali da lanciare sul mercato.

È il periodo delle lavorazioni del velluto, del crespo di seta e del Jersey, quest’ultimo utilizzato dai pescatori fin quando mademoiselle Chanel inizia ad impiegarlo per le sue creazioni.

Il divismo, in quel periodo, iniziava a mettere radici, merito anche dell’intensa collaborazione tra le case di produzione e gli altri mass media, divenendo il punto cardine del sistema produttivo. Le pellicole venivano pensate ed ideate espressamente per un volto, in modo da assicurare guadagni certi.

Tra le dive particolarmente rappresentative di tale fenomeno vi è certamente l’Angelo Azzurro, Marlene Dietrich, che divenne successivamente una fonte di ispirazione per Yves Saint Laurent e Giorgio Armani. Oltre allo straordinario talento recitativo e all’innata drammaticità derivante dai suoi grandi occhi languidi, la nascita del suo mito è anche merito dell’inconfondibile stile androgino, che la rese un’icona di stile e un modello di ambiguità.

La scelta degli abiti non era lasciata al caso: rigorosi e maschili nei tagli – si pensi al tuxedo – ma femminili nei tessuti grazie all’utilizzo di sete e pellicce. Stesso discorso per gli accessori: grazie alla sapiente, ed inusuale per l’epoca, commistione di papillon e cravatte, sandali e pochette da sera, orologi prettamente maschili e perle, la Dietrich è divenuta un’icona cinematografica fautrice di una moda che ha ispirato le donne di epoca successiva e continua ad essere di estrema attualità.

Non sono certamente da meno Vivien Leigh, la Scarlett O’Hara, per noi Rossella, di Via col Vento e i suoi celebri abiti, tra i quali quello bianco – verginale, corredato da rouches, guarnito con accessori rossi che lasciavano presagire lo spirito ruggente della giovane – e quello verde bottiglia che, nella pellicola, viene confezionato con le tende di casa.

Con Rita Hayworth nei panni di Gilda, e con la verve del capo-costumista della Columbia Jean Louis, la pettinatura e l’abito hanno una funzione determinante per l’immagine che si vuol dare alla donna. Dopo la sua interpretazione, la sex symbol vestita di satin nero contribuisce a portare sullo schermo il trend della femme fatale. Fu sempre Louis a vestire Katherine Hepburn e Liz Taylor per “Improvvisamente l’estate scorsa” e Marilyn Monroe in “Gli spostati”.

La timida Marilyn, dopo aver tinto i capelli di biondo, contribuisce a diffondere la moda dei tacchi alti e degli scolli all’americana e l’appeal che esercita sul pubblico è talmente dirompente che, dopo una sua intervista, si verifica il boom di acquisti di Chanel n°5.

#EXTRA: Il filo rosso tra Cinema e Moda (Parte I)
Rate this post
Carmen Bagalà

Studentessa c/o Bocconi e Ied, ha una grande passione per il cinema, la regia, l’arte e qualsiasi cosa si intenda per espressione dell’essere. Ha scoperto il cinema da piccola guardando Fellini e Godard e se ne è innamorata. È sempre alla ricerca della novità originale. Adora le simmetrie di Wes Anderson, Sorrentino e le serie tv made in UK.