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Provate a chiedere a Donald Draper dov’è stato tutta la notte. Probabilmente vi risponderà che è stato in ufficio a lavorare tutta la sera e dopo un old fashioned col suo capo in qualche sfarzoso locale dell’Upper East Side, “non valeva la pena prendere il treno per tornare a casa”.

La cornice di Mad Men è la New York degli anni sessanta e in particolare di Madison Avenue, l’alcova della pubblicità in chiave moderna.

In questo grande viale di Manhattan durante quel periodo si concentrò una enorme quantità di agenzie che accompagnarono a braccetto lo straordinario boom economico. Il potere d’acquisto saliva, le persone iniziavano a riempirsi di cose che non gli servivano e le aziende cominciarono a investire milioni e milioni di dollari sonanti in pubblicità accattivanti e fuori dagli schemi.

La serie racconta l’ascesa dei cosiddetti Mad Men (da cui il titolo), i colletti bianchi della pubblicità, gli squali della persuasione, che si fecero strada a colpi di creatività in un mercato che mutava giorno dopo giorno, che vedeva un consumatore sempre più esigente e attratto da un nuovo concetto di bellezza, non più passivo, che compra e basta, badando esclusivamente alla funzionalità del prodotto, ma un essere solerte attratto dal sublime. Non mancano riferimenti storici reali, come la fine della Guerra Fredda, l’omicidio di Kennedy, la morte di Marylin e persino lo sbarco sulla luna, il tutto sapientemente orchestrato da una regia e una fotografia impeccabile.

Sì, perché quello che salta subito all’occhio di questa pluripremiata serie è senza dubbio la sofisticatezza nella ricostruzione degli anni in cui è ambientata: dai costumi alla mobilia nelle abitazioni, dai mezzi di trasporto al modo di parlare, tutto costruito con una precisione e un’attenzione kubrickiana fuori dal comune. Donne, alcol e personaggi bizzarri completano il quadretto disegnato dal creatore Matthew Weiner, che sceglie John Hamm (già apparso in qualche film di successo come Ultimatum alla Terra) per interpretare l’affascinante e acuto Don. Da segnalare anche l’interpretazione di John Slattery, che ricopre il ruolo di Roger Sterling, socio fondatore dell’agenzia e capo di Don.

Donald Draper è un mistero, e il flashback è il metodo scelto per rivelare il suo passato e proporre a poco a poco la storia del personaggio.

È anche questo che fa amare e apprezzare la serie: il tutto si presenta a piccole dosi, quasi come se l’autore volesse cuocerci a fuoco lento, smuovendo la nostra emotività e giocando con i nostri sentimenti. Durante tutta la serie il personaggio viene dato in pasto allo spettatore in modo magistrale e sarà lo stesso spettatore, in ultima analisi, che deciderà se odiarlo o amarlo, compatirlo o condannarlo per le sue scelte e per il suo stile di vita, perché quel che è certo è che Donald Draper non è un santo, e questo sarà chiaro già dalla prima puntata. Il passato burrascoso però, l’istinto di sopravvivenza e, banalmente, il destino dileggiatore, fanno di Donald Draper un personaggio unico in cui dimora una panacea di emozioni che lo “spingono ad andare in una sola direzione: avanti!”.

Ci sentiremo davvero in grado di giudicare questo attraente pubblicitario di Madison Avenue e relegarlo in qualche girone dell’inferno (scegliete voi quale, la scelta è ampia, ve lo assicuro)? Non ci resta che guardare fino all’ultima puntata questa sconvolgente, pluripremiata serie tv dal sapore storico.

Perchè Don Draper di”Mad Men” è un personaggio iconico
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Marco Panella

Quello che viene fuori dal suo percorso accademico è una combinazione tra Psicologia ed Economia. Mischia solitamente anche buona musica, letteratura e cinema in un vortice artistico che lo fa sentire vivo. Durante il weekend è facile vederlo combinare alcolici, a Milano, che ormai è la sua seconda casa. Calabro di origine, nutre profonda ammirazione per registi come Kubrick, Lynch e Fellini.

“Louis, credo che questo sia l’inizio di una bella amicizia..”

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