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Il 23 dicembre, nel bel mezzo della gioiosa confusione prenatalizia, riesco a incastrare per un’intervista Olivia Musini, giovane produttrice del film Sulla mia pelle. È da tempo che vorrei parlare con lei del film che ha suscitato tanto clamore e, approfittando della sua fugace presenza a Milano, la corrompo con un bicchiere di vino in cambio di qualche retroscena. Prima di addentrarci nell’intervista mi faccio raccontare qualcosa di lei, del suo percorso prima di questa grande svolta. Figlia del produttore Luigi Musini, fondatore della Mikado Film e poi della Sacher Distribuzione (insieme a Nanni Moretti), Olivia ha iniziato la sua carriera nel 2014 con Anime Nere, per proseguire negli anni successivi con diverse produzioni. Fino ad approdare, nel 2018, al film-caso su Stefano Cucchi.

Come è nata la collaborazione tra te e il regista, Alessio Cremonini?

Io e Alessio ci eravamo incrociati solo qualche volta in realtà, prima di lavorare insieme a questo progetto. Si ricordò di me e mi chiamò per propormi il soggetto. Era il 19 aprile 2016. Devo ammettere che la mia prima reazione, al telefono, fu piuttosto scettica. Però lo lessi il giorno stesso, un po’ per caso.

Il tuo primo impatto?

Rimasi completamente spiazzata. Non mi era mai successo di non avere il minimo dubbio sul fatto che un progetto andasse portato avanti. Ho subito presentato ad Alessio una sceneggiatrice che conoscevo, Lisa Nur Sultan. Si sono trovati bene e hanno cominciato a scrivere immediatamente.

Quanto tempo hanno impiegato per la stesura?

Hanno passato tutta l’estate a fare ricerche e studiare gli atti processuali, un lavoro enorme. Durante l’estate trascorsero anche del tempo con Ilaria Cucchi, si immersero nell’ambiente che circondava Stefano. La prima stesura arrivò a fine settembre, ma non andava ancora bene, abbiamo dovuto lavorarci parecchio. Ci fu una versione intermedia, e dopo ancora un po’ di revisione Alessio e Lisa mi portarono la terza stesura. Era perfetta.

La famiglia di Stefano come prese l’idea di un film?

Molto bene, ti dirò. Quando Alessio venne a propormi l’idea ne aveva già parlato con la famiglia, ovviamente. Si sono conosciuti, annusati, avvicinati con calma. Loro si sono fidati e affidati al regista, anche perché chiaramente la maggior parte delle informazioni viene dagli atti e dai verbali. Non voleva essere un film per la famiglia, ma una narrazione basata sui fatti.

A questo proposito, una cosa che mi ha colpito positivamente è stata la scelta di non entrare nella stanza insieme a Stefano, quando viene picchiato.

Fu la prima cosa di cui parlai con Alessio, quando mi mandò il soggetto. Ci trovammo subito d’accordo sul fatto che le botte non si dovessero assolutamente vedere: non era su quello, che volevamo concentrare l’attenzione.

La stesura definitiva quando ti arrivò quindi?

A gennaio 2017. A maggio entrò in campo la Lucky Red e anche loro, come me, non impiegarono molto a capire che era un progetto da portare avanti. Mi richiamarono subito, accettando. Nel frattempo io l’avevo proposto anche ad altre grandi case di produzione, ma non l’hanno voluto.

Davvero? Perché?

Per motivazioni diverse: paura di incontrare difficoltà nel portare avanti il progetto, rischi, timore che il pubblico potesse non accogliere il film positivamente.

Avete in effetti trovato impedimenti durante il percorso? Ostruzionismo, poca trasparenza?

No, assolutamente. È filato tutto liscio. Ovviamente non è stato facile, abbiamo dovuto ricostruire da zero quasi tutti gli ambienti. Nessuna delle scene è stata veramente girata nelle caserme dei Carabinieri.

Quando avete iniziato a girare?

A novembre 2017. Dovevamo aspettare Alessandro Borghi, che stava lavorando a un altro film (n.d.r. Il primo Re, a breve nelle sale cinematografiche).

Avete pensato subito a lui, per la parte di Stefano?

Sì, è stato il primo a cui abbiamo chiesto. La mia migliore amica è Jasmine Trinca, e il regista voleva che fosse lei a interpretare Ilaria Cucchi. Ovviamente Jasmine accettò subito e si offrì di chiedere ad Alessandro per il ruolo di protagonista, con il quale aveva già lavorato in passato. Ci incontrammo tutti e tre nel salotto di Jasmine, e anche Alessandro si dimostrò da subito entusiasta del progetto.

Come è stato lavorare con Alessandro Borghi?

Alessandro è una persona meravigliosa, con un cuore grande come una casa. La sua è una personalità pura, ha dato l’anima per questo film, si è immerso completamente nel personaggio. Ed è riuscito a farlo in pochissimo tempo: ha finito di girare il film di Rovere e la settimana dopo era già sul nostro set. Incredibile. A dicembre 2017 avevamo finito di girare.

E invece Netflix come è entrato in campo?

Molto casualmente, appena terminato il montaggio. La Lucky Red aveva già contatti con loro, e tra i film proposti hanno inserito anche Sulla mia pelle. Sono letteralmente impazziti quando l’hanno visto la prima volta.

Un grande risultato, direi.

Sì, ero felicissima quando l’ho saputo. Ammetto che tra gennaio e maggio ci sono stati momenti in cui ho seriamente dubitato che sarebbe entrato in campo qualcuno per la distribuzione, ma avevo promesso ad Alessio che ce l’avremmo fatta, in un modo o nell’altro. Anche a costo di fare tutto da soli, con pochi soldi. Non ero certa di quale futuro avrebbe avuto questo film, e sentirsi dire di sì da Netflix, uno dei più importanti network mondiali, è stato incredibile.

E per quanto riguarda la distribuzione nelle sale cinematografiche?

Senza entrare nelle polemiche degli ultimi mesi, trovo che la gestione da parte degli esercenti sia stata discutibile. È necessaria una certa apertura mentale per capire che ogni film ha un percorso a sé, e questo film aveva delle potenzialità davvero incredibili. Per quanto sia stato distribuito in pochi cinema, ha avuto un successo clamoroso.

Ti saresti aspettata un impatto così forte sulle persone?

Assolutamente no, neanche nella migliore delle mie previsioni. È stato un fenomeno veramente impressionante, non succedeva da anni in Italia. Quando fai un film, ci sono mesi interi durante i quali sei da solo con il regista, te la canti e te la suoni da solo, per così dire. Sapevo perfettamente che stavamo lavorando a un progetto di valore, ma la verità è che fino a quando non arriva una conferma da parte del pubblico, non sai mai cosa aspettarti. La Mostra del Cinema di Venezia, a settembre, è stata la prima grande conferma.

Facendo riferimento alle più recenti confessioni sul caso Cucchi, pensi che il film abbia avuto un ruolo?

Io credo che abbia avuto un ruolo fondamentale di sensibilizzazione, non saprei dire se sia collegato a quello che è accaduto dopo. Considerando che abbiamo dovuto attenerci strettamente agli atti processuali e ai dialoghi realmente avvenuti, senza mai uscire dal seminato, penso che la forza di questo film stia semplicemente nell’aver raccontato in modo accurato e senza filtri quello che è realmente accaduto. Solo i fatti, senza nessuna aggiunta. Personalmente credo molto nel potere del cinema come mezzo di comunicazione, ma sono anche molto attenta a ciò che può e non può essere raccontato al pubblico. Una storia come questa, che da nove anni continua a tornare fuori, meritava di essere raccontata.

C’è qualcosa di inventato nel film?

L’unico personaggio inventato è il vicino di cella, Marco, con cui Stefano parla attraverso il muro. L’interpretazione su questa figura è libera, ad alcuni piace pensare che abbia effettivamente trovato un amico con cui parlare, altri la vedono come semplice proiezione della mente di Stefano. Non c’è una risposta univoca. Tutta le scene in cui Stefano è solo sono frutto di una ricostruzione di come effettivamente era lui, e di quello che ha detto alle poche persone con cui è entrato in contatto in quei giorni.

Trovo che la cosa più forte, quello che davvero colpisce allo stomaco, sia il generale senso di disillusione e sfiducia di Stefano, fin dall’inizio.

Quello che secondo me emerge davvero in modo perfetto, nel film, è il tema della responsabilità collettiva. Compresa la sua, quella di Stefano. Non si salva nessuno.

Come è stato mostrare il film per la prima volta alla famiglia?

Mi ricordo quando lo abbiamo fatto vedere per la prima volta a Ilaria Cucchi, in uno studio di montaggio. Ero nervosissima. I genitori non c’erano, e non sono venuti neanche alla presentazione ufficiale del film, a Venezia. Ilaria era emozionata e felicissima del risultato, sconvolta dall’incredibile somiglianza di Alessandro con Stefano. Ha davvero apprezzato il lavoro di tutti e l’accuratezza del racconto, anche rispetto alle responsabilità della famiglia. Ha avuto quello che voleva, probabilmente. La verità, senza abbellimenti.

Dietro le quinte di “Sulla mia pelle” con la produttrice Olivia Musini
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Giurista di formazione ma scrittrice di indole, ha un Master in Giornalismo e una forte passione per tutto ciò che sia in grado di provocare riflessioni e cogliere le sfumature più delicate, arte cinematografica in primis. Considera Wes Anderson e Terrence Malick le pietre miliari del suo amore per il cinema.

“Louis, credo che questo sia l’inizio di una bella amicizia..”

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