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I protagonisti delle storie fuori dall’ordinario sono spesso riconducibili a due note categorie: buoni contro cattivi. È il bivio che da sempre ci viene presentato nelle storie di supereroi, quelli che combattono il crimine o quelli che nel crimine trovano la propria rivalsa, gli eroi in maschera che agiscono per il bene comune contro gli egoisti dalle prospettive miopi e perverse. La Marvel, nel raccontare il complesso ecosistema del suo universo cinematografico, ha tradotto negli ultimi anni questa dialettica in un contesto urbano e contemporaneo: nelle serie prodotte insieme agli ABC Studios e distribuite su Netflix negli ultimi anni, i punti di riferimento sono le strade, le stazioni di polizia e le prigioni, mentre i protagonisti, buoni o cattivi, si muovono sicuri verso i propri obiettivi.

Tra tutti, Daredevil è però il personaggio che da subito mette in discussione proprio il muoversi, l’agire, ragionando su una questione spesso sommersa in favore del risultato finale: la morale.

Finora la serie Marvel di maggior successo nel catalogo Netflix, Daredevil è giunta da venerdì 19 ottobre alla sua terza stagione, che mai come prima riflette sulla prospettiva interiore del protagonista, Matt Murdock (Charlie Cox), in un crescendo di tensione e isolamento che ritaglia il suo profilo in maniera sempre più decisa rispetto al resto dei personaggi in gioco. La serie prosegue la saga dell’avvocato cieco pronto a sfidare il crimine sia di giorno che di notte, quando grazie ai suoi altri sensi resi acutissimi dal duro allenamento affronta in maschera la criminalità che affligge le strade di Hell’s Kitchen. Dopo due stagioni di affinamento della propria identità di supereroe e dopo l’intersezione con gli altri benefattori di New York nella serie The Defenders – dove combatte l’organizzazione della Mano a fianco di Jessica Jones, Luke Cage e Iron Fist – Matt finisce per identificarsi pienamente con l’artificiale personaggio mascherato, e affronta tutte le questioni interiori che tale veste comporta.

A differenza dei suoi super-compagni – Jessica e la sua forza, Luke con la sua pelle impenetrabile e Danny con il dono del Pugno d’Acciaio – Matt spicca subito per un lato più umano: partendo da una menomazione accidentale, riesce ad affinare le sue capacità fin da piccolo e a compensare la cecità con l’arte del combattimento impartitagli dal maestro Stick. Se il suo costume rosso lo rende uno dei personaggi più solidi delle traduzioni cinematografiche Marvel, è allo stesso tempo il più delicato dei giustizieri, poiché si pone di fronte alla obiettiva legalità delle proprie azioni, talvolta mettendo in gioco la moralità cristiana come metro di giudizio del suo agire. Un parametro, quello cristiano, che è rappresentato magistralmente nei primi episodi della nuova stagione, ambientati nella cripta di una chiesa, dove Matt recupera le forze perse e trova il tempo di dialogare con se stesso e con la caustica suora Maggie (Joanne Whalley).

Nella chiesa, nei confessionali e nei discorsi con preti e suore, Daredevil è l’unico supereroe che si ferma a pensare. Non indaga freneticamente come Jessica, non si sottopone ad allenamenti costanti e rabbiosi come Danny, né dimostra la superbia di Luke. Matt Murdock quasi si pente di essere il buono, di dover ricorrere alla violenza per fermare il cattivo di turno, perché riconosce il paradosso della giustizia fai-da-te e delle ripercussioni morali che essa comporta. Il bivio buono/cattivo non funziona alla perfezione, o perlomeno viene messo in dubbio, grazie alle saltuarie pause che Daredevil si concede per fare il punto sulle proprie azioni. La terza si presenta forse la migliore stagione finora: Matt decide di eclissarsi in favore del supereroe che impersona, dando luogo ad eccezionali coreografie di combattimenti, resi in piani sequenze superbi ed immagini simboliche che condensano in pochi secondi il nucleo della sua storia.

I nemici che compaiono nel corso degli episodi, il già conosciuto Wilson Fisk e un nuovo nemico che i lettori del fumetto conoscono come Bullseye, sono anche loro personaggi dalla caratterizzazione ambigua. Fisk, che si conferma uno dei cattivi con la psicologia più approfondita del recente panorama Marvel, anche dagli arresti domiciliari continua a tessere la sua fitta rete di corruzione tra gli agenti FBI; l’agente Pointdexter, d’altro canto, viene introdotto con studiata lentezza per accrescere strategicamente l’antagonismo con Daredevil, e farlo diventare il nemico di turno della stagione.

I dialoghi, considerato lo standard di narrazione delle serie gemelle, risultano accurati e ben calibrati, accompagnando con la giusta dose di prevedibilità una trama che già dal primo episodio avvince e non rallenta quasi mai.

Il livello attoriale dei personaggi, la trama e la caratterizzazione del protagonista rendono Daredevil anche il progetto più riuscito tra gli altri prodotti Marvel, motivo per cui è l’unica ad aver raggiunto la terza stagione – al contrario di Luke Cage e Iron Fist, di cui è stata recentemente annunciata la cancellazione dopo la seconda stagione. Una serie che cattura subito l’attenzione, con il suo iconico color cremisi a illuminare la sigla e il costume del supereroe, e che fa riflettere, aprendo una finestra poco esplorata sul movente personale del fare giustizia.

Daredevil e la moralità del supereroe
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Tommaso Tagliabue

Appassionato di ogni genere, tranne gli horror che non fanno dormire e i western. Accanito sostenitore della visione in sala, apprezza per di più la fotografia e l’estetica di un film, ma ha un occhio di riguardo anche per la sceneggiatura. Xavier Dolan è il suo dio – ma in fondo è politeista.

“Louis, credo che questo sia l’inizio di una bella amicizia..”

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