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In una fredda serata di gennaio mi sono recato al Cinema Ariosto di Milano, storico punto di riferimento per i film d’autore, che offre una ristretta programmazione di assoluta qualità. Cold War, il film del regista polacco Pawel Pawlikowski, mi era stato caldamente consigliato e mi ha lasciato a bocca aperta. Per farvi capire il tipo di film, provo a riassumere la recensione in una frase: Cold War ha lo stesso fascino magico di La La Land e la potenza classica e misteriosa dei grandi maestri del cinema, da Bergman a Fellini.

Se in queste 5 righe di articolo vi ho incuriosito, andiamo avanti!

Ambientato nella Polonia socialista del dopoguerra, il film è una fenomenale storia d’amore raccontata in bianco e nero e con poche, fulminee pennellate.

Se state pensando al classico polpettone, siete fuori strada, non fatevi ingannare dai primissimi minuti di film. Viktor è un pianista che gira la Polonia in cerca di talenti per la sua scuola di musica, Zula una talentuosa cantante che lo incuriosisce e affascina. Entrambi hanno un passato travagliato, che il film lascia intuire ma non approfondisce a parole, scegliendo invece di lasciarlo emergere sui volti segnati dei due protagonisti. La loro storia d’amore è travolgente e totalizzante: per i successi e i grandi consensi raccolti dalla compagnia, i due si trasferiscono a Parigi.

Fin qui la colonna sonora aveva sonorità classiche, improvvisamente invece siamo trascinati nei locali jazz parigini, e il ritmo del film accelera, il montaggio si fa più serrato. Le strade di Viktor e Zula sono destinate a separarsi, il lamentoso richiamo della Polonia si fa pressante, si accumulano le incomprensioni e si inaspriscono le distanze tra due caratteri tanto forti e difficili. Si arriva, dopo altri cambi repentini di scenario che non vogliamo anticiparvi, a un finale lacerante, inevitabile ma audace, simbolico e commovente.

Il paragone con La La Land è davvero spontaneo, ho ritrovato lo stesso amaro realismo e la stessa passione travolgente che mi avevano affascinato nel film di Chazelle.

 

Eppure Pawlikowski aggiunge ancora un tocco in più perché, come già dimostrato al mondo intero con Ida – Oscar al miglior film straniero nel 2015 – è in grado di gestire i contrasti come solo i grandi maestri sanno fare. E così in un film in cui le musiche sono dominanti, sono i silenzi a toccare i momenti di massima profondità: l’amore di Viktor e Zula è muto, pochissime sono le reciproche dichiarazioni d’affetto, tante invece le incomprensioni.

Se riuscirete a non farvi trasportare totalmente dallo schermo, noterete un livello di regia e una cura per il dettaglio formale incredibili. L’uso del bianco e nero, che è ormai marchio di fabbrica del regista, sembra essere l’unica soluzione possibile per inquadrare i volti, splendidi e affascinanti, dei due innamorati.

Il tempo è l’unico giudice in grado di stabilire se un film si possa definire capolavoro: io aspetto paziente, sicuro di aver visto qualcosa di raro, imponente e maestoso, classico e travolgente.

“Cold War” è uno dei capolavori degli anni duemila
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Laureato in Economia per Arte, Cultura e Comunicazione, ha una spiccata passione per il marketing cinematografico. Cresciuto a pane e Mostra del Cinema di Venezia, ha in Roman Polanski e Woody Allen i suoi maestri. Le Serie TV sono una passione più recente, da Mindhunter a Mr.Robot

“Louis, credo che questo sia l’inizio di una bella amicizia..”

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