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Il 10 Giugno è andata in onda la prima puntata della miniserie firmata Sky dedicata al più grande disastro nucleare della storia: Chernobyl. Una serie di racconto storico che sembra destinata a grande fortuna.

L’apertura nel 1988, due anni “e un minuto” dopo l’incidente dichiara subito la difficoltà di trattare l’argomento: è un ingegnere nucleare ad essere chiamato in causa per introdurre un racconto che gli costerà la vita, impossibilitato a delinearne le vere proporzioni di un disastro capace di minare la credibilità sovietica entro un sistema di governo che, per quanto in disgelo, era sicuramente ancora permeato da un grande controllo militare e censura.

Il Flashback ci riporta a Pryp’’jat’ nella notte del 26 aprile 1986 dove sorge la centrale nucleare di Chernobyl e il relativo villaggio operaio ospitante le famiglie dei numerosi addetti che lavoravano nella centrale. É notte, l’una passata, quando una donna, simbolicamente incinta, sta guardando insonne il buio pesto dalla finestra del suo appartamento. Ecco accendersi un fuoco lontano e la seguente onda d’urto, una silente e improvvisa scossa che getta tutto a terra. Ha così inizio uno dei più gravi disastri della storia umana.

Inquadrature ben studiate di bambini e donne gravide segnano tutto l’episodio; i numerosi ritratti aumentano il disagio nel rapportarsi a un evento catastrofico che ha distrutto la vita di numerosissimi innocenti.

É il quarto reattore della centrale ad essere esploso, ma la portata dell’evento non è chiara neanche all’interno della struttura stessa, dove un team di ingegneri nucleari sta subito provando a capire di cosa si sia trattato. 

In un mix di trepidante angoscia ci addentriamo con i primi testimoni dell’evento tra i corridoi sconquassati di una struttura in cemento, nel buio della notte illuminata dalle fiamme. Siamo già al corrente di quanto è avvenuto, ma la (ri)scoperta procede passo passo con gli ignari addetti di turno, rendendoci subito parte dell’evento. La scoperta è sconcertante e gli effetti delle radiazioni iniziano a farsi presenti. Impossibile non meditare su quelle prime vittime.

I resoconti all’ingegnere capo responsabile della centrale introducono un errore umano solo parzialmente inconsapevole che costerà la vita a un numero ancora imprecisato di persone: questi, infatti, nega l’evidenza e continua a sostenere la tesi di un incidente marginale, di una situazione sotto controllo. 

La ricostruzione mette più volte in luce l’ignoranza in merito a quanto avviene: tra la popolazione alcuni sembrano quasi meravigliati dal colore dell’incendio, portano, curiosi, i bambini a guardare lo spettacolo letale. 

Intanto i pompieri – tra cui c’è il marito della donna incinta che abbiamo incontrato all’inizio- stanno provando a spegnere le fiamme, ma è subito chiaro che c’è qualcosa di anomalo quando manifestano i primi sintomi di malessere e riportano gravi ustioni. Qui il montaggio lascia spazio a un riuscitissimo espediente: il primo piano del vigile del fuoco che guarda verso l’incendio e della moglie che osserva a distanza di chilometri l’evento vengono alternati più volte, così da accorciare una distanza fisica, avvolti in una medesima luce gialla. Entrambi guardano in camera loro stessi, noi, il dramma in corso. 

Il negazionismo in merito a quanto sta accadendo arriva al suo massimo quando si decide quindi di non evacuare la città operaia. La sapiente ricostruzione storica arriva al parossismo di fronte al discorso di uno dei responsabili più anziani che, invocando il nome a cui è dedicata la centrale (Lenin), parla della necessità di governare il popolo senza che questi ponga domande scomode e che quindi tutto debba essere mantenuto inalterato. É un discorso magistralmente scritto, che ben delinea la sagoma dell’eredità censoria di cui l’appena insediato governo Gorbachov deve tener conto; siamo ancora  ben lontani dai risultati di quella politica della glásnost -trasparenza- che farà sì che emergano i dati reali sulla situazione in URSS.

Il dato sulle radiazioni e sull’incoscienza mista a incredulità è straordinariamente ben ricostruito: più volte si sottolinea lo scetticismo riguardo alle misurazioni con le migliori apparecchiature.

Tutto si incentra quindi sulla presentazione di mistificatori sapienti e vittime ignare di un dramma reale; intanto emergono i primi eroi solo parzialmente consapevoli del proprio sacrificio, che provano a porre rimedio al dramma.  Numerosi sono i giochi sul contrasto: sotto un’alba segnata dalla nube di vapore e cenere, si mette in scena un sottile paragone tra l’entrata a scuola dei figli degli abitanti di Pryp’’jat’ e l’arrivo in ospedale dei primi feriti gravi. Un uccello cade morto dal cielo, simbolo di una catastrofe che non risparmia neanche i più innocenti. 

Questo primo episodio fa ben sperare in una serie magistralmente riuscita, una ricostruzione degli eventi di taglio non eccessivamente romanzato. È un racconto che non necessita di orpelli narrativi per esasperare una situazione che, descritta facendo un ricorso pedissequo agli eventi storici, sembra già inverosimile. Corretta quindi la mancanza di inutili barocchismi: la telecamera che sovente inquadra nubi di pulviscolo in controluce, cenere, fumo, vapore, basta a rendere l’idea della contaminazione radioattiva. Non serve altro. 

É una serie d’impatto, che smuove la coscienza, capace di impressionare ma anche di suscitare una meditazione profonda su un’energia a basso costo, apparentemente pulita, ma i cui rischi sono incalcolabili. 

Chernobyl: la cronaca di un disastro



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“Louis, credo che questo sia l’inizio di una bella amicizia..”

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