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Maggio 2017:

Al Festival di Cannes fanno il loro ingresso nel concorso principale ben quattro film prodotti nel segno delle nuove modalità di fruizione VoD, due da Netflix e due da Amazon Studios. Scoppiano le polemiche: le politiche di Netflix vengono etichettate come “aggressive” e irrispettose, dato che il colosso americano, dopo il passaggio festivaliero, farà saltare ai film lo step della sala per erogarli immediatamente dal web.

Pedro Almodovar, presidente di giuria, getta benzina sul fuoco, con un intervento quantomai inopportuno e inutile: «Le nuove piattaforme digitali devono rispettare le regole. Sarebbe un paradosso che un film che vince la Palma d’oro non venga visto in sala», dice il regista spagnolo, presidente di giuria del concorso, quasi a lasciar intendere che i due film Netflix non saranno presi in considerazione dai giurati. Parole prive di logica, ovviamente, soprattutto per il ruolo che Almodovar riveste, chiamato a coordinare i lavori di una giuria che si suppone guardi, valuti e giudichi esclusivamente il valore artistico delle opere presentate senza badare alle traiettorie che esse seguiranno quando i riflettori di Cannes 70 si spegneranno.

In secondo luogo, sono parole che mostrano l’incapacità preoccupante di una generazione di addetti ai lavori e blasonati cineasti di andare al di là di stereotipi e di ammuffite battaglie ideologiche per cercare di comprendere la complessità dello scenario produttivo e distributivo attuale, proprio quella complessità colta pienamente, da ormai sedici anni a questa parte, dal direttore Thierry Fremaux e dal suo team

Ottobre 2017:

le sciocchezze di Almodovar sono lontane, per fortuna. Uno dei due film “incriminati” approda anche in Italia su Netflix. E qui il discorso prende una piega differente, purtroppo decisamente deludente. Si tratta di The Meyerowitz Stories, di Noah Baumbach (Mistress America), regista che vorrebbe posizionarsi a mezza via tra il classico Woody Allen e l’indie Alex Ross Perry, strizzando l’occhio al Wes Anderson dei Tenenbaum. Raffinato e piccolo borghese, hipster e intellettualistico, l’autore americano riesce ad avvicinarsi davvero solo alla supponenza indigesta di Perry.

In The Meyerowitz Stories, Baumbach, con molta poca originalità, racconta una famiglia “disfunzionale” da manuale: padre artista dall’ego smisurato, figli (di madri diverse) alle prese con un senso di inadeguatezza cristallizzato nel profondo e sfociato in differenti tipologie di nevrosi. Un’improvvisa malattia del genitore (ottimamente interpretato da un Dustin Hoffman tornato in buona forma e splendidamente affiancato da Emma Thompson) offre l’occasione ai tre di spezzare la coazione a ripetere.

Onestamente, funziona tutto nell’ingranaggio di Baumbach: le dinamiche tra personaggi sono “clinicamente” corrette, le battute sono quelle giuste, il ritmo anche, gli attori senza sbavature, funziona addirittura Adam Sandler. Eppure un senso opprimente di già visto e di “maniera” avvolge il film, sin dalla prima scena; eppure alcuni personaggi “minori” (la sorella Jean, ad esempio) non riescono mai a essere interessanti; eppure, tra zoomate estetizzanti e bizzarri effetti sonori (si veda lo scontro finale tra Sandler e Hoffman, padre e figlio, nel finale del film), anche quando si ride, in The Meyerowitz Stories  la scintilla non scatta mai e nemmeno per un secondo l’abbozzo di riflessione generazionale che il film contiene appare, in qualche misura, interessante.

#L’OPINIONE: “The Meyerowitz Stories”
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“Louis, credo che questo sia l’inizio di una bella amicizia..”

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